Mulholland Drive
La recensione di Mulholland Drive, di David Lynch, a cura di Gianlorenzo Franzì.
In Strade perdute, il protagonista Fred si trasforma improvvisamente in Pete Dayton, all’interno della cella dove è rinchiuso. La clausura della prigione garantisce la continuità spaziale, ed è per questo che la diversità del nome e del corpo risultano tanto inquietanti.
In Mulholland Drive assistiamo ad una metamorfosi speculare, quando la protagonista del film, Betty, si trasforma in Diane. A differenze che in Strade perdute, però, qui il criterio della somiglianza resta valido mentre è la continuità spazio-temporale a saltare. Altre entità fantastiche dal punto di vista tridimensionale ma realistiche in un’ottica quadrimensionale sono Frankenstein (entità composta da individui diversi), Jekyll/Hyde (due individui diversi), Dracula (entità che si estende a dismisura nel tempo): ecco, David Lynch porta al limite queste costruzioni immaginarie ed immaginifiche, senza bisogno di scienziato pazzi o antiche leggende. È lui in quanto regista a costruire entità quadridimensionali come Betty/Diane. Il suo talento sta nel rendere credibili, vivide, sensuali queste entità composte a quattro dimensioni che potrebbero essere costruzioni cerebrali, artificiose, oppure maldestre e scombinate.
Lynch usa i rumori, le dissolvenze, i silenzi, le alternanze di buio e luce, per costruire un quadro di realismo attenuato. Lynch dà corpo e verità ai suoi personaggi fatti di tempo perché filma anche i luoghi e le cose come se il tempo fosse una componente essenziale anche per loro: i tavolini di un bar, una strada nella notte, un’automobile, prendono vita perché sono immersi nei tempi morti dell’indugio, della dilatazione della durata.
Mulholland Drive è uno dei film, anzi una delle visioni fondamentali del 21° secolo. Perché spinge all’estremo il cinema di David Lynch, combinando le sperimentazioni assolutamente folli di Eraserhead con il perturbante onirico di Strade perdute, diventando un abisso anzi un abissale film fai-da-te: nel senso che acquista un senso a seconda di chi lo vede, quando lo vede.
Giochi di maschera e di doppio, di arte e di vita, di veglia e di sogno, sono al centro di quello che nel 2016 è stato definito come il miglior film del secolo dai 177 critici interpellati dalla BBC: a chi scrive piace pensare che sia perché Lynch -con Mulholland Drive- ferma nel tempo la sua capacità di disorientare con i suoi slittamenti narrativi mentre l’immagine mantiene quel senso di instabilità in bilico tra ciò che rappresenta e ciò che ha la capacità di far immaginare.
Ogni visione è un viaggio. Irripetibile e bellissimo, per sempre.

di Gianlorenzo Franzì