Amarga Navidad
La recensione di Amarga Navidad, di Pedro Almodovar, a cura di Emanuele Di Nicola.
Oggi è un cinema di forme e figure riconoscibili, quello di Pedro Almodóvar. Un cinema che rifà sempre se stesso ma non esattamente, non precisamente, in una continua mescola del mazzo che rende le madri paralleli qui amiche parallele, anche le amanti diventano amiche, il maschile si fa femminile. Almodóvar si trasforma in Leonardo Sbaraglia e anche in Bárbara Lennie, ma solo forse. Due storie si intrecciano. La prima, ambientata nel 2004, segue la regista pubblicitaria Elsa nel mese di dicembre: drogata di lavoro, trascura il compagno pompiere-spogliarellista Bonifacio e affronta il rimorso di aver lasciato morire la madre sola, proprio perché era sul set. Presto scopriamo che Elsa è un personaggio, nel 2026 sta scrivendo la sua storia il regista Raúl, in cerca disperatamente di un nuovo film, nel corpo e volto di Sbaraglia.
Raúl è un cineasta senza scrupoli che non esita a vampirizzare amici, amanti e vicini per costruire le sue storie, incarnando così il gesto violento di ogni creazione, il cannibalismo dell’opera d’arte. Nella finzione Elsa per riscattarsi prova ad aiutare due amiche avvolte dal dolore: l’una perché ha scoperto il tradimento del marito, genialmente catturato da un cellulare del Duemila in bassa definizione, che però non lascia il dubbio antonioniano sullo statuto dell’immagine; l’altra è una donna che ha perso il figlio piccolo, e che viene ospitata nella villa di Lanzarote dove il paesaggio suona correlativo oggettivo del suo terreno interiore, direbbe Montale, bruciato dal salino. Però quelle non sono tombe, sono calderas, le viene detto nell’ennesimo inganno ottico. Intanto il creatore Raúl non riesce a chiudere la storia, non sa che pesci pigliare, ma forse la soluzione è sempre stata sotto gli occhi e nel suo studio, rappresentata dalla storica assistente Monica col viso di Aitana Sánchez-Gijón…
Il regista convoca i temi del suo cinema, certo, e la ridda di citazioni e auto-riferimenti si fa potenzialmente infinita, da Il fiore del mio segreto a Volver, da Gli abbracci spezzati a Dolor y Gloria e così via. Ma fermarsi qui sarebbe bignamico e banale. Uscendo dalla caccia al riferimento entriamo in uno spazio più stratificato e complesso, quello dello sguardo almodovariano che impasta dramma e melodramma, lacrima e risata, doppi e ritorni, Hitchcock e Douglas Sirk. Facilmente etichettabile come il suo 8½ in verità è altro, perché non si limita all’autofiction del regista apertamente dichiarata: è anche un film sul mistero del cinema.
A partire dai titoli di testa che germogliano sul quadro Studio Window di Asher Liftin, ossia su una finestra finta che raffigura una finestra vera: difficile, ma non necessario, stabilire il limite tra realtà e finzione. E poi nella finzione Amaia Romero canta ad Elsa una versione de Las simplescosas: torniamo sempre nei luoghi che abbiamo amato, il cinema è proprio quel luogo. Amarga Navidad allora non è un film cervellotico ma semmai “cervellottico”, nel senso proprio di visione, di ciò che dall’occhio della mente sgorga e si riversa in sceneggiatura, con tutti i suoi limiti e le false piste – la falsa Fin non soddisfa il regista. Ed eccoci al punto: le storie scritte da Raúl sono masticazioni del noto, straviste, prevedibili. Sono storie brutte. Fai un film di sessanta minuti e mandalo a Netflix, gli viene consigliato. E questa incapacità di trovare il bandolo conduce al finale, alla chiave giusta, al vero rimborso esistenziale che si fa struggente.
Per questi (e altri) motivi definirla l’autofiction di Almodóvar potrebbe essere riduttivo: del resto fin dal magnifico poster il trompe-l’œil che associa la sagoma di Pedro a quella di Bárbara Lennie è un invito all’inganno. Raul è davvero Pedro? Oppure è il personaggio di un regista che sembra Almodóvar perché viene scritto da Almodóvar? E’ proprio questo il terzo livello demiurgico del racconto, che sboccia nel finale quando le dita “cadono” sulla tastiera e apprendiamo che questo è un film di Almodóvar. Insomma nell’egotico Raul, nell’artista che fagocita quelli intorno, c’è davvero Pedro o stiamo vedendo l’ennesima sovrapposizione inesatta? Il trompe-l’œil definitivo?
Questo è in ultima sostanza il mistero del cinema, lo spazio bianco in cui il film scruta – ma anche giallo, rosso, verde; e proprio dentro il mistero Almodóvar si muove sia con dolore che con ironia, nella consapevolezza che c’è la fine nella stanza accanto ma anche dell’atto gioioso della creazione, della luce che brilla negli occhi quando hai trovato la storia giusta, che è risarcimento all’assistente di una vita e omaggio a tutti gli invisibili del cinema: colei che cambia il titolo e trasforma amarga in dulce, l’amaro nel dolce. Diceva Tilda Swinton ne La stanza accanto: “Sto tenendo la morte in mano, ma la sento leggera”… Pedro continua a rigirarsela tra le dita, ma non sprofonda nell’abisso della disperazione, a tratti lo guarda perfino col sorriso.
di Emanuele Di Nicola