Lo sconosciuto del Grande arco
La recensione di Lo sconosciuto del Grande Arco, di Stéphane Demoustier, a cura di Emanuele Di Nicola.
Ci sono figure importanti eppure dimenticate, che scolorano nel gorgo della Storia, di cui non si ha memoria malgrado il loro ruolo: una di queste è certamente Johan Otto von Spreckelsen, architetto danese, che diviene protagonista di una vicenda incredibile – quindi vera – a partire dal 1982. A metterla in scena è Lo sconosciuto del Grande Arco di Stéphane Demoustier, dal 1° gennaio 2026 in sala, che è la trasposizione esatta del titolo francese: inconnu, sconosciuto appunto, un personaggio memorabile da riportare alla luce.
In Francia scorre l’epoca di Mitterand: il presidente socialista lancia un concorso di architettura totalmente anonimo, senza precedenti, per la costruzione di un grande edificio tra il Louvre e l’Arco di Trionfo in occasione del bicentenario della Rivoluzione francese. Evitati i nepotismi e gli amici degli amici, ecco la sorpresa: il vincitore è Spreckelsen, architetto di 53 anni che viene dalla Danimarca, nessuno sa chi sa. Per rintracciarlo l’uomo di fiducia del presidente, Subilon interpretato con ironia da Xavier Dolan, lo ritrova sulla barchetta in un lago.
Inizia così un racconto paradossale: prima di tutto c’è Spreckelsen, mirabilmente incarnato da Claes Bang, che presenta un progetto per il Grande Arco ambizioso e visionario, basato su un enorme cubo da edificare, all’insegna di una proposta immaginifica (“Voglio le nuvole che galleggiano”, dice). Del resto l’architettura è un’arte ma per lui, soprattutto, una rigida disciplina che non prevede passi indietro, è inflessibile e non tollera alcun ridimensionamento del progetto originale, respingendo peraltro l’uso delle nuove tecnologie come il computer.
Al primo incontro con Mitterand subito sposa l’ideale umanista del politico, che gli accorda fiducia totale vedendo solo un disegno. I due insomma sembrano trovarsi nell’utopia di inventare “un Arco per l’umanità”. Poi, però, l’architetto deve fare i conti con la realtà e i giochi della politica; dai magnati che vogliono finanziarlo per secondi fini (“Il mio cliente è Mitterand”, risponde) alle stesse trattative di palazzo, dove inizia un negoziato sfiancante con vari interlocutori che vogliono ritoccare l’ipotesi in nome della sostenibilità economica o della facilità realizzativa. Spreckelsen esamina vetri, cristalli, perlustra il marmo di Carrara che infine verrà scelto.
All’improvviso però qualcosa cambia. Con l’arrivo del nuovo governo di destra si impone una linea di austerità e anche l’opera visionaria viene minimizzata, perfino umiliata dal neo ministro che apre ai privati e vuole incidere marchi… da lì alla rinuncia il passo è breve, e l’uomo si defila tornando alla sua dimora, scolpita nel Nord Europa. Non vedrà mai finito l’Arco de La Défense completato da altri, perché morirà prima di un malore. Lo sconosciuto del Grande Arco è allora il ritratto di un artista inflessibile, tanto carismatico quanto egocentrico e rigido, che rigetta compromessi in nome della sua opera; è il racconto di uno straniero in Francia, un nordico che col suo essere sabota il consueto nazionalismo transalpino e propone una strada alternativa; è l’affresco di un’epoca simboleggiata dal Mitterand di Michel Fau, che ancora guardava con ottimismo al futuro; è l’atavico scontro tra arte e politica, in cui la seconda vince sul campo ma nell’aria resta impresso il fascino di un’opera immortale. Basta alzare gli occhi a Parigi.
di Emanuele Di Nicola