Lee Cronin – La mummia

La recensione di Lee Cronin - La mummia, di Lee Cronin, a cura di Gianlorenzo Franzì.

Dimentichiamo piramidi, faraoni e romanticherie egiziane, perché la mummia oggi fa davvero paura.

D’altronde, elevated horror o meno -etichetta degli anni Venti per descrivere opere di stampo autoriale (art-house), che usano l’orrore come metafora per esplorare traumi, lutti o tabù, puntando a un pubblico più ampio e a un riconoscimento critico-, Lee Cronin – La mummia si porta dietro e anzi alza sugli scudi il suo autore, che già con Evil Dead Rise aveva rivitalizzato il franchise de La casa iniettando nella storia di Sam Raimi quella dose di postmodernità che è diventata necessaria per poter riproporre oggi i classici del cinema dell’orrore.

Ugualmente a Oz Perkins, è chiaro che Cronin abbia qualche problema con le figure genitoriali e in generale con le interazioni familiari: nel film d’esordio Hole – L’abisso una madre cercava di comprendere gli strani mutamenti in atto nel figlioletto; in Evil Dead Rise era invece la madre ad essere monitorata con attenzione; mentre in questo La mummia la trilogia si chiude con un discorso che rimane sul rapporto famigliare, sugli affetti e sulle ardue scelte da compiere per salvaguardare gli uni senza perdere la vita. La lente è chiaramente più cupa, fisica e psicologicamente invasiva: perché nel momento in cui un immaginario si svuota delle sue componenti più rassicuranti, lo si attualizza restituendolo in forma molto più cruda. Il corpo è il campo di battaglia: la famiglia unico luogo dell’orrore.

Via ogni accenno ad una dimensione seppure lontanamente ludica, e dentro un racconto intriso di tensione, disagio e prossimità emotiva: l’intuizione di Cronin, ovvero quella di far diventare la mummia non più un’entità distante ma una presenza che invade lo spazio domestico invadendolo dall’interno, è vincente. Soprattutto al punto di vista della resa visuale e persino logica, visto che il classicissimo bendaggio trova un completamento narrativo e diventa vertiginosamente vischioso quanto affascinante.

Certo, in questo film c’è tanto cinema del passato: bambine con i capelli lunghi che camminano a quattro zampe, ragazzine che lievitano sul letto e poi vomitano liquame verde, mazze da baseball usate per sfondare porte… insomma tutto un coté che sulla carta sembra derivativo. Però il mix è modernissimo, dove la scrittura di Cronin e specialmente le sue intuizioni visive prendono vita e come tanti pezzi di un mosaico assumono il loro giusto posto in un film disturbante che mostra quasi fiero i debiti con altre pellicole (come abbiamo visto L’esorcista, ovviamente, ma anche certo j-horror o Shining) mentre li rimpasta, creando un nuovo corpo su cui infierire, letteralmente.

A questo punto è ovvio che il franchise si svuoti dei suoi codici tradizionali, ma in alternativa si avvicina ad una sensibilità molto moderna perché ha una sua dimensione emotiva e psicologica molto coerente.

Cronin è un autore coraggioso: forse non quanto Damien Leone, ad esempio, per citare qualcun’altro che se ne frega delle aspettative del mainstream. Ma sicuramente porta avanti la sua idea di cinema, lasciandoci un horror che lascia un senso di fastidio persistente, e un senso di cinema che ti avvolge e non ti lascia.


di Gianlorenzo Franzì
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