Asfalto che suona
La recensione di Asfalto che suona, di Roberto Delvoi, a cura di Nicolò Frasson.
Asfalto che suona, di Roberto Delvoi, è uno di quei docu-film che non ti vengono incontro: ti passano accanto, come una macchina in corsa, e sta a te decidere se metterti sulla stessa traiettoria o restare fermo a guardarli sparire. Non racconta, non spiega, non accompagna. Piuttosto insiste, devia, ritorna. Come certa musica quando smette di voler piacere e comincia a voler esistere.
Dentro questo moto irregolare si muovono Enrico Gabrielli, Sebastiano De Gennaro, Francesco Fusaro e Marcello Corti: non tanto protagonisti, quanto vettori di un’idea. La loro musica – anticlassica per dichiarazione e per necessità – non si lascia chiudere in una forma stabile. Si allarga invece nei luoghi più improbabili: una palestra con 200 bambini partecipi che vibra di suoni disordinati, un abitacolo che diventa sala d’incisione, un’autostrada che si fa metronomo. Non c’è gerarchia tra questi spazi, solo una continuità ostinata tra gesto e ascolto.
Delvoi filma tutto questo senza mai cercare il centro. Sta ai bordi, dove le cose succedono senza annunciarsi. L’asfalto, ripreso nella sua monotonia quasi ipnotica, diventa la vera scrittura del film: una riga nera che scorre e su cui si depositano immagini come note non fissate, ma provvisorie. È lì che il documentario trova il suo ritmo, in quella ripetizione che non è mai identica, in quel tempo che non accumula ma scivola.
Le influenze affiorano senza mai diventare spiegazione: un’eco di Igor Stravinskij, una deviazione verso Paul Hindemith, la chanson francese, tra suggestioni pop, memoria e giochi arcade. Ma nulla viene mai esibito come riferimento colto. Tutto resta materiale vivo, manipolato, condiviso, quasi consumato nel momento stesso in cui accade. È qui che il film tocca qualcosa di più profondo: l’idea che suonare insieme sia un gesto naturale e necessario, prima ancora che estetico.
Certo, non è un’opera accomodante. Chiede attenzione, una certa disponibilità a restare senza appigli. A tratti può sembrare distante, persino ostinata nel suo rifiuto di chiarire. Ma è una distanza fertile, che non esclude: semplicemente non semplifica.
Alla fine, Asfalto che suona somiglia proprio alla strada che attraversa. Non offre scorciatoie né panorami risolutivi, ma vibra sotto la superficie. E se ci si mette in ascolto, restituisce qualcosa di raro: la sensazione che la musica non sia un oggetto da capire, ma un luogo in cui stare.
di Nicolò Frasson