Ammazzare stanca

La recensione di Ammazzare stanca, di Daniele Vicari, a cura di Guido Reverdito.

Ammazzare stanca è un originale mix tra neo-noir, gangster movie e romanzo di (de)formazione criminale che ripercorre la vicenda umana di Antonio Zagari, giovane cresciuto in una famiglia legata alla ’ndrangheta che agli inizi degli anni sessanta si trasferì in un piccolo centro in provincia di Varese. Figlio di un capobastone che controllava quella fetta di florida Lombardia incrementando con la ferocia tipica di quel tipo di mafia la già allora massiccia presenza al Nord della criminalità in salsa calabrese, Antonio era stato allevato per diventare un tassello della macchina criminale diretta dal padre.

Pur eseguendo omicidi e rapine a catena (prima di diventare nel 1990 il primo pentito di ‘Ndrangheta della storia, gli vennero attribuite almeno sedici esecuzioni portate a termine a sangue freddo), e non ostante l’ingigantirsi progressivo della scia di sangue e dolore lasciatasi alle spalle, col passare degli anni Zagari scoprì a poco a poco l’incompatibilità di quella vita: nauseato fisicamente dal sangue delle proprie stesse vittime – al punto da diventare vegetariano per sua stessa ammissione –, soffocato dall’invadenza del potere della ‘ndrina di appartenenza, giorno dopo giorno l’obbedienza cieca gli risultava sempre più come una condanna.

Basato sul libro di memorie scritto nel 1992 dallo stesso Zagari e poi ristampato nel 2008, Amazzare stanca costruisce un doppio percorso: da un lato quello del personaggio, che si trova a dover incarnare un ruolo criminale che non riconosce come proprio; dall’altro lo sguardo sul contesto storico, segnato dalle complesse fibrillazioni che scuotevano la società italiana dopo il ’68 (con il mondo operaio in subbuglio e l’universo inquieto degli studenti che contestavano l’autorità paterna alla ricerca di nuovi modelli sociali). Un clima questo che ha un riflesso indiretto ma decisivo nell’evoluzione interiore di Antonio, arrivato al punto di mettere simbolicamente sotto processo suo padre e il sistema che rappresenta.

La regia di Daniele Vicari (con alle spalle una lunga serie di documentari di razza oltre che sceneggiatore e regista di titoli di ottimo livello tra cui il mai dimenticato Diaz – Don’t Clean up this Blood)  ha un approccio molto rigoroso alla non facile materia maneggiata, trovando una saggia e misurata distanza dalla spettacolarizzazione tipica del gangster movie. Non c’è alcuna indulgente fascinazione criminale: l’attenzione è rivolta alla dimensione etica dei personaggi e alla violenza come realtà incompatibile con qualsiasi forma di eroismo. Antonio non è romanticizzato, né mitizzato. È un uomo che tenta invano una fuga dalla sua stessa storia, un ribelle fallito che non può sottrarsi all’ingranaggio in cui è nato.

Il film sottolinea anche il ruolo ambiguo delle dinamiche familiari e il peso di un’organizzazione mafiosa che fonda la sua identità sul vincolo di sangue. Vicari evidenzia quanto la struttura patriarcale della ’ndrangheta limiti ogni possibilità di autodeterminazione: il padre, interpretato con brutalità glaciale da Vinicio Marchioni, rappresenta un’autorità assoluta che non lascia spazio a dubbi o fragilità. All’interno di questo mondo trova posto anche la figura di Angela, la moglie di Antonio, il cui amore rimane saldo nonostante la consapevolezza crescente della realtà criminale che la circonda.

La narrazione trova una chiave di volta nella scrittura. Recluso, Antonio afferra carta e penna e inizia a ricostruire la sua vita: non solo come esercizio di memoria, ma come strumento di distacco critico, unico modo per guardare con lucidità alla propria parabola. È un gesto che richiama esperienze come quella di Edward Bunker, capace di trasformare la propria autobiografia criminale in un percorso di rinascita letteraria. Ma per Zagari la scrittura è un tentativo disperato di cercare una via di fuga che la violenza, inevitabilmente, gli nega.

Vicari intreccia gli elementi storici, antropologici e psicologici con un’estrema cura per i dettagli: dai rituali d’affiliazione in Calabria alla vita quotidiana impostata su un’apparente normalità lavorativa, dalle tavolate familiari dove il colore del sangue torna in forma simbolica fino alla rappresentazione realistica dell’epoca. Gabriel Montesi offre al protagonista un’intensità complessa, oscillante tra spietatezza e fragilità, mentre Vinicio Marchioni conferisce al padre un’autorità disumana e impenetrabile in quello che forse è destinato a diventare il ruolo adatto per conferirgli la dimensione che si merita nel club esclusivo dei migliori attori nostrani della sua generazione.

Nel complesso, Ammazzare stanca diventa un racconto sulla ribellione impossibile di chi cerca di spezzare una catena che lo lega fin dalla nascita. È una tragedia contemporanea in cui la liberazione non è contemplata e in cui la scelta di denunciare il sistema, pur portando all’arresto di decine di affiliati, non riesce a cancellare l’ambiguità morale che attraversa tutta la vicenda. Una tragedia tutta italiana con un finale catartico sintetizzato in maniera icastica dalle parole con cui si chiude l’autobiografia di Zagari: “Avevo nausea di tutto ciò che ruotava attorno all’ambiente malavitoso. Non solo per un a questione di paura, ma perché dopo essermi abbuffato per anni di pietanze criminali non riuscivo più a digerirle. Desideravo solo essere lasciato in pace. Sarei ipocrita se affermassi di avere rimorso per le persone che ho soppresso. L’ho cercato e lo sto ancora cercando, inutilmente”.


di Guido Reverdito
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