Intervista a Darius Kondji
Paola Casella ha intervistato il direttore della fotografia Darius Kondji.
Quando aveva tre anni e mezzo Darius Kondji si è perso a Roma, dove i suoi genitori si erano trasferiti abbandonando il nativo Iran. Aveva girato per tre giorni da solo, parlando solo farsi, ed era stato ospitato dalle suore di un convento a Trinità dei Monti. Un carabiniere l’aveva preso tanto a cuore da offrirsi di adottarlo, se i suoi genitori non fossero venti a reclamarlo, in preda all’angoscia, dopo che la sua fotografia era stata pubblicata su un quotidiano. Il legame con l’Italia di Kondji, direttore della fotografia pluripremiato, è rimasto fortissimo, alimentato anche dal rapporto con artisti come Bernardo Bertolucci, per cui Kondji ha curato la fotografia di Io ballo da sola: “Prima di girare, Bernardo mi faceva ascoltare Mozart, per farmi capire quale dovesse essere il ritmo dei movimenti di macchina, e vedere classici del cinema come La regola del gioco di Jean Renoir e Il piacere di Max Ophüls, per darmi l’idea dell’atmosfera giocosa che voleva per il suo film”, racconta Kondji, ospite d’onore di Qumra, il grande convegno organizzato nel Qatar dal Doha Film Institute per fornire mentorship e training ai cineasti e favorire grandi coproduzioni internazionali.
“Abbiamo lasciato splendere la luce della Toscana, dove è stato girato Io ballo da sola, in modo diretto, quasi crudo, sui volti degli attori nei momenti di maggiore intensità, ma per il resto l’abbiamo schermata attraverso teli di cotone per renderla più morbida e soffusa, usando il technicolor per decidere via via quanto colore lasciare all’immagine”, ricorda Kondji, che parla bene anche la lingua di Dante. “Invece la luce di Roma, dove ho curato la fotografia di To Rome With Love di Woody Allen, era sempre di rimbalzo, riflessa dai muri colorati delle case”. Come Vittorio Storaro, anche Kondji ama “scrivere con la luce”, ma diversamente da lui non ama definirsi “autore della fotografia”: “Per me il regista è il responsabile unico della riuscita di un film: c’è un solo capo al comando della nave”.
Kondji ha appena terminato un’altra collaborazione illustre, anzi due. La prima è con Ari Aster, il regista americano trentottenne il cui Eddington sarà presentato al Festival di Cannes. “Abbiamo girato nel deserto degli Stati Uniti, e il deserto è strano, perché a dispetto della sua vastità dà la sensazione di osservare i personaggi dentro una stanza dalle porte chiuse, in una situazione intima e privata”, dice Kondji. “Ari Aster è un talento straordinario, ha la precisione di Roman Polanski o di Ingmar Bergman, sa esattamente quello che vuole, ma non gli interessa tanto la perfezione dell’inquadratura quanto il significato profondo che ogni scena deve comunicare al pubblico. Ed è un grande cinefilo, che durante le riprese di Eddington citava come riferimenti Carl Theodor Dryer e Robert Bresson. Capisce anche aspetti tecnici della direzione della fotografia come l’uso di certi tipi di lenti, la giusta distanza di ripresa, o il formato 1:85 che ha scelto per il suo ultimo film”
L’altra collaborazione importante è quella con Josh Safdie, metà del duo di fratelli registi con cui Kondji ha già girato Diamanti grezzi. “Marty Supreme narra la storia di un campione di ping pong interpretato da Timothée Chalamet e un cast stellare: ci sarà anche un cammeo di Philippe Petit, il funambolo che ha attraversato su un filo le Torri Gemelle”. Josh Safdie è altrettanto efficace senza il fratello Benny? “Assolutamente, sono entrambi geniali e magnificamente folli”. In sala intanto c’è Mickey 17 di Bong Joon Ho, il regista coreano premio Oscar per Parasite, di cui Kondji è stato direttore della fotografia dopo aver lavorato con Bong su Okia: “La sfida è stata girare con un grande budget mantenendo la storia intima e personale”.
A 69 anni, Kondji afferma di provare “la stessa passione degli inizi, ma oggi faccio un’ora di pilates o di yoga e tanto stretching, perché non ho l’energia dei trent’anni e non posso rallentare il lavoro degli altri. Quel che è cambiato con l’età è la determinazione a scegliere bene i film su cui lavorare, perché il tempo davanti a me non è infinito: sono sempre stato selettivo, tanto da aver rinunciato almeno a una decina di progetti importanti che non sentivo appartenermi, ma ora lo sono ancora di più”.
Oltre a fare esercizio, Kondji si prepara al lavoro “nuotando nei mari italiani o greci, e ascoltando tanta musica: mi piacciono Luciano Berio e i quartetti per archi di Beethoven, ma anche la musica contemporanea che si accompagna bene alle immagini”. Si mantiene fieramente analogico nel preferire al digitale la pellicola, “che ha una qualità pittorica inconfondibile, e sa catturare le tonalità della pelle in modo unico. Il passaggio al digitale per me è stato doloroso, mi è piaciuto solo quando Nicholas Winding Refn mi ha proposto di usarlo per la serie Too Old To Die Young, anche se reputo la televisione un orrendo rettangolo che prende vita solo quando lo riempi di immagini. Winding Refn mi ha lasciato lavorare nel modo più sperimentale possibile, facendomi sentire libero. Ma credo che la libertà che offre il digitale sia un problema per molti registi, che pensano di poter manipolare l’immagine all’infinito, rischiando di perdere la concentrazione sul senso profondo di un’inquadratura”.
Non che Darius Kondji non sia un abilissimo tecnico: “Mi piace tormentare pellicola, l’ho imparato facendo esperimenti in camera oscura molto più che sui libri, anche se ho studiato cinema alla New York University e all’International Center of Photography. Io lavoro molto sui negativi, spingendoli all’estremo per restituire alle immagini una grana particolare, mi piace aggiungere argento alla pellicola per ottenere un contrasto maggiore, eliminare il colore naturale per poi intensificarlo dove voglio. E tutto questo l’ho sempre fatto prima che esistesse la post produzione digitale”
“Ma la tecnica fine a se stessa è sterile”, continua Kondji. “Ciò che conta rimane la storia che si vuole raccontare, infatti mi piace molto ascoltare i registi quando mi spiegano la loro idea narrativa, magari aiutandosi con altri film, opere d’arte o brani musicali. Il cinema non è solo bella fotografia, è racconto. E detesto il sensazionalismo: non mi piace il 3D, con poche eccezioni come il primo Avatar, non mi piace l’IMAX, soprattutto se lo si usa per film che non sono stati concepiti per quel formato, come Dunkirk o Oppenheimer”. E per quanto Kondji si metta a servizio degli artisti con cui lavora la sua non è mai sudditanza – nemmeno nei confronti di superstar come Madonna, Lady Gaga o Taylor Swift, per cui ha girato memorabili video musicali. “A me basta che non si atteggino a dive ma si diano interamente al progetto su cui stiamo lavorando, e loro l’hanno saputo fare, con umiltà e dedizione”.
di Paola Casella