Wicked – Parte 2

La recensione di Wicked - Parte 2, di Jon M. Chu, a cura di Gianlorenzo Franzì.

Fa riflettere: Wicked – Parte 1 durava 168 minuti, eppure la storia sfrecciava veloce come un lampo; Wicked – Parte 2 si accorcia (ma non di troppo eh) a centotrentotto ma il ritmo a volte manca.

Eppure, il secondo capitolo diretto da Jon M. Chu ha uno sguardo più adulto, è senza dubbio più oscuro, ha una linea “politica” più dichiarata, e quindi è meno mainstream e probabilmente più diretto consapevolmente ad un pubblico diverso dal suo primo capitolo.

Il problema è che, abbandonata l’ambientazione scolastica, messi in campo i personaggi, poco resta alla creatività: Wicked si mostra allora come una costola de Il Mago di Oz, uno spinoff, una riflessione moderna sul conflitto tra riformismo e rivoluzione, interno ad ogni società con un regime dittatoriale o quantomeno opprimente. Un pamphlet che parte dalla letteratura e si aggancia ancora di più all’attualità.

C’è poi da dire che Cynthia Erivo e Ariana Grande sono così brave, così totalizzanti, così magnetiche che basterebbero loro per vedere il film: ma resta sempre da stabilire chi dovrebbe vederlo, a quale pubblico si riferisce. Perché l’unico problema di fondo di Wicked – Parte 2 resta l’ibridazione a cui è andata incontro questa seconda parte creando un piccolo paradosso, visto che la prima parte riusciva ad ammaliare un pubblico trasversale -strizzando l’occhio ai più giovani- e questo secondo invece è cresciuto esponenzialmente nei temi, abbandonando i colori luccicanti a favore di mezzi toni crepuscolari.

C’è proprio uno stacco tranciante tra le due parti, così come la fluidità del racconto, un problema di fondo che rovina (anche se solo in parte) il risultato di un’opera straordinaria, un problema che risiede probabilmente nella pervicace volontà di essere rimasti fin troppo fedeli alla divisione in due atti del musical di provenienza. È un piccolo peccato veniale, certo, ma dispiace ancora di più visto che Wicked ha costruito un vero e proprio immaginario sull’immaginario con la sua riscrittura mitologica, trasformando archetipi immutabili in simboli mutevoli capaci di restituire la complessità del postmoderno.


di Gianlorenzo Franzì
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