Tutta colpa del rock

La recensione di Tutta colpa del rock, di Andrea Jublin, a cura di Gianlorenzo Franzì.

Di film carcerari è piena la storia, ma vedendo questo Tutta colpa del Rock, seconda regia in sala di Andrea Jublin, viene subito in mente Grazie, ragazzi di Riccardo Milani.

E non certo perché ci sia altro in comune se non lo spunto iniziale -un gruppo di detenuti che grazie ad un laboratorio di arte assaporano la libertà-, ma proprio perché quella suggestione mette in scena l’incontro di un’umanità varia ed eventuale con lo sguardo addolcito dalla commedia.

Poi ovviamente quel piccolo gioiello di Milani va avanti per la sua strada, emotivamente vibrante, mentre Jublin sceglie un’altra chiave di ingresso per le storie dei suoi protagonisti, ovvero il rock: e non è un elemento da sottovalutare.

Perché il film, alla fine, è stracolmo di svolte prevedibilissime: e anzi, la bravura del cast è molto spesso in maniera anche evidente superiore alla qualità della scrittura. In tante sequenze, c’è proprio uno stridore tra gli sguardi, le intuizioni degli attori e come poi si risolvono le stesse situazioni, tra Lillo, Elio (troppo poco sfruttato) o gli occhi luminosi di Agnese Claisse, come se la storia debba prendere una strada più viva mentre poi si affloscia su un binario morto.

Anche nella precedente collaborazione tra Lillo e Jublin, Gli addestratori, la vicenda che dava il via alla narrazione era abbastanza fresca da promettere altro di ciò che poi verrà in effetti: solo che in Tutta colpa del Rock, è proprio il rock a dare un soffio diverso.

Certo, parliamo di una colonna sonora supervisionata da Motta, che non è proprio l’ultimo arrivato: ma Nato Nel Posto Sbagliato -la traccia principale del film scritta dal Naska che interpreta anche un piccolo ruolo- è davvero il cuore emotivo e narrativo di tutta la storia, portando avanti le emozioni al posto della sceneggiatura.

È in questo modo, e non attraverso gli scarni dialoghi del film, che il rock viene celebrato come linguaggio universale e feroce che non vuole giustificare la violenza ma solo comprenderne la nascita, specialmente quando è urlato con parole semplici e taglienti. E poi, nel film di Jublin, il mezzo per la consapevolezza che non è mai autocommiserazione, bensì la presa d’atto di condizioni sociali e culturali diverse dalla norma ma dentro le quali si può trovare una forma alternativa di bellezza, poesia, forza.

Tu non sai nemmeno che esisto, ma insisto e resisto


di Gianlorenzo Franzì
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