Michael

La recensione di Michael, di Antoine Fuqua, a cura di Nicolò Frasson.

Antoine Fuqua con Michael si prende la briga di un biopic che diventa pesante fardello già al solo pensiero. La vita di Michael è più complessa e stratificata di una serie tv: si balla, letteralmente, tra la storia e il mistero, l’evidenza straripante e il desunto. In questa confusione Fuqua ha il coraggio di infilarsi in punta di piedi, non si scervella in una narrazione audace ma semplicemente rievoca, come il più classico dei biopic. Restituisce attimi molto alti, riportando in vita veri e propri set e live storici, ma ponendo curiosamente la lente su un aspetto poco esplorato della vita del cantante, come fosse una gentile concessione documentaristica al retroscena: il tribolato rapporto con la famiglia. Il principale conflitto non è la sua ascesa o il difficile e prossimo rapporto con i media, ma con il padre e l’indipendenza musicale dal quintetto dei fratelli. La sua realizzazione artistica, non è il core della sceneggiatura, è di contorno e quasi ribellione. Tanto quanto lo è Neverland, in un moto di rivalsa per un’infanzia mai avuta. Ogni passo che fa, Michael lo deve far presente al padre dapprima manager, poi solo cieco opportunista. Questo macigno che la superstar si porta appresso lo notano persino il suo avvocato e il suo autista, ma non i suoi fratelli né la sorella totalmente assenti e dipinti come un tutt’uno inanimato. Solo la madre, silenziosa guardiana, sembra continuare a vedere il Michael figlio e non una cassaforte.

Se dobbiamo rendere giustizia alla star, qui siamo a cavallo. Gioco di luci, la sua musica, un Jaafar Jackson incredibile che quasi non fa rimpiangere il re del pop accompagnato da un ottimo Colman Domingo nei panni del padre Joe, disturbante e autoritario. Due ore di concerto a pochi euro, un affare. Le performance musicali — cuore pulsante del film — non sono semplici imitazioni, ma tentativi di evocazione. Pure all’uomo si rende giustizia. Le sue attenzioni verso il prossimo non vengono trascurate, come quando già da piccolo in uno dei concerti con i fratelli nota tra la folla una bambina minuta e non particolarmente di bell’aspetto e le dedica una canzone. La sinergia con gli animali, soprattutto con il suo scimpanzè Bubbles. La sua bontà. Il valore di questo biopic dipende da come lo si guarda. È un film dove la forma è essa stessa il contenuto, e la musica è contemporaneamente significato e significante: non colonna sonora di supporto, ma vero e proprio motore narrativo. Il fatto che stia sbancando il botteghino è la prova che il re del pop manca tremendamente a più generazioni, e questo Fuqua l’ha previsto, portando quindi in scena semplicemente quello che Michael è stato e lasciando le sole vicissitudini di famiglia come leggera narrazione. Il tutto con la meticolosità di chi ha accumulato esperienze dietro i videoclip musicali prima di approdare ad Hollywood. L’unione tra questa gavetta e l’intelligenza cinefila si ritrovano con una nota di merito nella ricostruzione di hit storiche come Beat it e Thriller. La prima con una fedeltà quasi documentaristica, in cui Micahel-Jaafar unisce due gang rivali con la musica. La seconda, picco ambizioso del film dove si racconta la genesi del corto horror e poi manifesto culturale che ha fatto storia. Fuqua ha semplicemente deciso di essere estremamente fedele alla star sul lato artistico, e che tutto il resto avrebbe fatto da sé.

La leggera narrazione viene confezionata meglio di quanto non abbia da offrire, chiudendo in modo coerente un cerchio al conflitto: Michael, in una battuta iniziale, dice chiaramente che i suoi fan non sono fan, sono la sua famiglia. Si affiderà a loro per tirarsi fuori dai guai. Come a voler dare una visione d’autore sul concetto di famiglia: è quella che scegli, non quella che ti capita, ripercorrendo le orme di Grand Torino. Michael è un film che guarda il suo protagonista come si guarda una luce troppo forte: socchiudendo gli occhi. Non tutto è chiaro, molte cose restano fuori campo. Ma ciò che passa, anche solo per un attimo, è difficile da ignorare.


di Nicolò Frasson
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