Frammenti di luce
La recensione di Frammenti di luce, di Rúnar Rúnarsson, a cura di Guido Reverdito.
Siamo a Reikiavik, in Islanda. L’estate boreale è in arrivo e le notti bianche iniziano a essere così lunghe da trasformarle in una specie di crepuscolo senza fine. Ed è proprio alla fine di una di queste notti senza buio che incontriamo i due protagonisti dell’ultimo film di Rúnar Rúnarsson, quarantottenne sceneggiatore e regista islandese giunto al suo quinto lungometraggio dopo otto corti e due documentari tutti ambientati in uno dei più affascinanti lembi del Nord Europa. Si tratta di Una, studentessa in Storia dell’Arte e musicista amatoriale, e di Diddi, suo compagno di band proveniente dall’entroterra dell’isola: al termine di una notte trascorsa insieme, i due giovani hanno preso una decisione importante: Diddi parlerà a Klara, la sua ragazza ufficiale, e le comunicherà la propria decisione di interrompere la relazione per iniziarne una con Una (relazione che però è già in corso, ma a livello talmente clandestino che nessuno all’interno della stretta cerchia di amici comuni ne è al corrente).
Klara abita però in provincia e Diddi deve tornare da lei per poterle dare la bella notizia. Ma il destino è in agguato: la sua macchina rimane intrappolata in una galleria dove è scoppiato un enorme incendio e Diddi risulta essere una delle molte vittime coinvolte in quello che viene descritto come il peggior disastro automobilistico dell’intera storia dell’isola. Da quel momento in poi tutto prende una piega tragica e la sceneggiatura si converte in un discesa agli inferi del dolore più cupo.
Quando Klara arriva in città e tutti gli amici fanno del proprio meglio per cercare di consolarla nel turbine di devastazione interiore in cui la morte improvvisa di Diddi l’ha fatta precipitare, Una non deve soltanto fare a sua volta i conti con la tragedia della perdita arrivata a obliterare lo spiraglio di felicità promessa che la notte appena trascorsa le aveva fatto baluginare, ma anche reprimere il proprio sconforto fingendo di essere parte costruttiva della micro comunità di sodali che si stringono intorno a Klara per aiutarla a dare un senso al suo precipizio.
Attanagliata in questo coacervo di opposti sentimenti in subbuglio ed estranea agli eventi che si svolgono pur essendone paradossalmente al centro, Una è chiamata a trascorrere l’intera giornata che la attende come se fosse una spettatrice passiva che guarda allucinata il film di un’esistenza che è la sua ma che non può vivere da protagonista. E mentre il tempo scorre lento tra le esequie di Diddi e il goffo tentativo di elaborazione del lutto che il gruppo dei suoi amici allestisce passando parte della giornata nella magnifica casa del più ricco di loro tra bevute e balli sballati per cloroformizzare il dolore, Una è costretta a soffocare dentro di sé un segreto che sa di non poter condividere con nessuno, consapevole com’è dell’effetto che potrebbe causare una rivelazione come quella che lei ha pronta in canna.
Pellicola di apertura della sezione Un certain regard dello scorso festival di Cannes, Frammenti di luce ha già nel titolo una specie di dichiarazione programmatica: mentre per la distribuzione internazionale era stato scelto il più generico e superficiale When the Light Breaks, l’originale Ljósbrot islandese – ripreso quasi alla lettera in quello italiano – significava “rifrazione”. Ovvero l’effetto prodotto da un frammento di luce che passa da un mezzo a un altro proseguendo la sua propagazione nel secondo con una traiettoria differente a causa della differenza di velocità della luce tra l’uno e l’altro. Esattamente quanto accade all’inizio del film, col breve e intensissimo bagliore che illumina le promesse di futuro di Una e Diddi, ma che nel giro di un paio d’ore si converte in tragedia collettiva di un gruppo di amici e di un intero paese.
In perfetta ma involontaria sintonia con questo effetto ottico dai forti connotati simbolici, l’androgina e introversa Una – che ha il volto enigmatico e mascolino di Elín Hall – passa nel giro di un battito di ciglia dalla gioia carica di aspettative allo sconforto più tetro. Senza però mai poter esternare il proprio immenso dolore, impossibilitata com’è a rivendicare lo spazio che le spetterebbe di diritto nell’elaborazione del lutto collettivo, lasciando che siano invece gli altri a farlo per lei. Ed è proprio qui che sta la forza di questo piccolo melodramma travestito da coming-of-age, capace com’è di raccontare una disperazione di cui solo lo spettatore è al corrente, mentre la protagonista che ne vorrebbe far esplodere tutta la rabbiosa violenza deve contenerne l’urlo nella gabbia del suo cuore in fibrillazione. Fino all’ultima sequenza del film, con Klara e Una (la prima ignara di tutto e la seconda al corrente di tutto) che si guardano attraverso il vetro di una finestra, mentre le immagini dei loro volti si sovrappongono diventando un riassunto di anime in pena.

di Guido Reverdito