Taxi Driver
La recensione di Taxi Driver, di Martin Scorsese, a cura di Mariangela Di Natale.
Taxi Driver, dopo quasi 50 anni dal suo debutto cinematografico, torna nelle sale italiane per soli tre giorni, il 31 marzo, l’1 e il 2 aprile, in una nuova versione restaurata in 4K con Nexo Digital. Con una sceneggiatura firmata da Paul Schrader e una colonna sonora da Bernard Herrman, Martin Scorsese ci conduce in una New York crepuscolare, oscura e soffocante, sospesa fra realtà e incubo. In una metropoli dei bassifondi, tra sbuffi di vapore sotterraneo, catturata principalmente di notte, preda di sé stessa e delle sue paure legate alla guerra e al decadimento morale, il regista italo-americano, descrive una società allo sbando tra violenza, alienazione, prostituzione e droga.
Il film risente della letteratura di Dostoevsky, di Camus e Sartre, fonti utilizzate da Schrader nella sceneggiatura, che la regia di Scorsese e l’interpretazione di Robert De Niro trasformano in spaccati di vita rendendoli il più possibile aderenti alla realtà. Il capolavoro di Martin Scorsese del 1976, fa il ritratto di un’America che, dopo gli scandali sotto la presidenza di Nixon, si ritrova a fare i conti con il malessere di una società violenta e opportunista, famelica e insensibile con la disillusione del sogno americano. Taxi Driver racconta la discesa nella follia di Travis Bickle, ex marine reduce dal Vietnam, che accetta un lavoro come taxista notturno, tra insonnia e solitudine, alienato da una New York corrotta e prepotente.
Nei suoi viaggi notturni in taxi emerge la visione di un mondo schiacciato dalla presenza del male, dall’avidità del denaro , dalla paura e dall’indifferenza. E quando la violenza che in qualche misura ha sublimato, finisce con il riemergere, Travis precipita in una spirale di follia che lo porta a pianificare un atto estremo. La pellicola mette a nudo i riflessi dell’anima, la solitudine post-vietnamita, la reazione aggressiva al degrado americano degli anni 70, la redenzione nella continua ricerca dei valori perduti che il protagonista combatte con estrema ferocia. Un magistrale De Niro, meticoloso e perfezionista nel rappresentare questo ossessionato personaggio, indimenticabile davanti allo specchio “Dici a me?”, che si trasforma da persona pacifica in un terribile giustiziere.
Palma d’Oro al 29º festival di Cannes nel 1976 e candidato a quattro Oscar, Taxi Driver è divenuto un cult senza tempo, emblema culturale grazie alla regia visionaria di Scorsese e alla magistrale interpretazione di Robert De Niro, affiancato da una giovanissima Jodie Foster e da Harvey Keitel e Cybill Shepherd. La leggendaria pellicola che farà conoscere il nome di Scorsese al mondo, è il frutto di un’alchimia di personalità, icone del cinema mondiale destinate a continuare a far parlare di sé ancora oggi, come Martin Scorsese, Paul Schrader e Robert De Niro quest’ultimo al debutto della sua carriera dopo Mean Streets del 1973.
di Mariangela Di Natale