Nouvelle vague
La recensione di Nouvelle vague, di Richard Linklater, designato Film della Critica dal Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani – SNCCI.
Nouvelle vague, di Richard Linklater, distribuito da Lucky Red e Bim Distribuzione e in uscita nelle sale italiane il 5 marzo 2026, è stato designato Film della Critica dal Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani – SNCCI con la seguente motivazione:
Nel mettere in scena la cronaca della lavorazione di Fino all’ultimo respiro, Richard Linklater non si limita a comporre un’ode divertita a Jean-Luc Godard e alla nouvelle vague tutta, ma testimonia la possibilità di prendere in eredità quella forza rivoluzionaria per ripensare la prassi del cinema, ripartendo dalle radici.

La recensione
di Gianlorenzo Franzì
Sempre più lineare nella struttura narrativa, Richard Linklater continua a rendere il suo cinema invece stratificato nelle posizioni ideologiche e nella riflessione sulla scrittura.
Boyhood e la Before Trilogy (Before Sunrise, Before Sunset, Before Midnight) sono esempi chiarissimi della sua ricerca riguardo il rapporto tra immediatezza e predisposizione: con Nouvelle vague, passato in anteprima in concorso a Cannes e in sala dal 5 marzo 2026, rende ancora più complessa la semplicità, con un film che è anche, e insieme, un omaggio appassionato ad uno dei massimi capolavori del cinema ma ovviamente, contemporaneamente, la testimonianza di come si debba e si possa essere rivoluzionari ancora oggi guardando alla forza dirompente di Fino all’ultimo respiro, film simbolo di Jean Luc Godard e di un’epoca intera.
La complessità sta nello sguardo, nelle intenzioni, nascosta nelle quinte: così come ideologico è il francese usato come lingua del film, erano anni che un regista americano non usava qualcosa di diverso dall’inglese (destabilizzante come il maya yucateco do Apocalypto, se ci si riflette).
Nouvelle vague di Linklater gioca su cosa è in scena e cosa rimane fuori, sia sul set che nella vita normale, in un gioco di specchi sulla frontalità, sulla nettezza, sul rinvio subliminale delle immagini, sulle piccole increspature della superficie.
Un po’ come quegli occhiali scuri e a specchio da cui Godard non si separa mai (la prima volta che le vediamo riflettono l’inquadratura finale de I 400 colpi di Truffaut; l’ultima volta, nascondono il campo controcampo): perché il bianco e nero, quella sottile sgranatura dei titoli di testa, la didascalia con cui si segue quasi pedissequamente la creazione di À bout de souffle, non sono esercizi di stile, non sono una lezione accademica -seppure deliziosa-: sono precise indicazioni ideologiche.
Tutto contribuisce a sottolineare con forza la centralità della rivolta, e quindi la potenza capitale che Fino all’ultimo respiro riveste nella cultura del cinema moderno; perché è un caso di studio, è un saggio ancora oggi, anzi oggi più che mai necessario da comprendere e analizzare, una ben precisa rivendicazione politica, uno sguardo pienamente rivoluzionario possibile solo nel momento in cui si comprende quello che si fa, smettendo di copiare.
Oltretutto, a guardar bene, l’incredibile mimetismo nella scelta degli attori -oltre ad essere uno schiaffo in faccia alla fredda replica dell’IA-, la predisposizione filologica degli spazi, delle azioni, non è così perfetta, ma si rifà a quell’increspatura di cui si parlava sopra, contiene volutamente un piccolo scarto, una piccola differenza dall’originale: Nouvelle vague assume le sembianze di una sottolineatura iperbolica, perché il cinema fissa la realtà, ma non gli eventi (e infatti la storia del film è come noi la vorremmo, e quasi sicuramente non come è realmente accaduta).
Così che noi continuiamo a credere che si, il cinema stesso è la vita a ventiquattro fotogrammi al secondo.
di Gianlorenzo Franzì