Mother
La recensione di Mother, di Teona Strugar Mitevska, a cura di Michela Manente.
Noomi Rapace, alias Mother (quella, la nostra Santa Madre Teresa) indossa una tunica con velo neri per interpretare la madre superiora del convento delle Suore di Loreto a Calcutta. È il cuore della storia dell’ultimo film, apertura di Orizzonti a Venezia 82., della regista macedone Teona Strugar Mitevska che proviene proprio dalla città natale della Santa, in realtà di origini albanesi, e ha raccolto molte testimonianze già per il suo precedente documentario Teresa and I (2015), per ritrarre un breve ma significativo periodo della vita di Madre Teresa, fondatrice della Congregazione religiosa delle Missionarie della carità.
Di rivoluzionario il film vanta il tentativo di demitizzare la figura della Santa, beatificata da papa Giovanni II, e renderla una persona che si pone dei dilemmi etici, in primis i suoi di religiosa e donna e la questione dell’aborto, e le contraddizioni del mondo in cui ha deciso di condurre la missione per i poveri. Nel convento c’è sempre da mangiare (uova, pane, zuppa) e si prega stando al fresco, in sicurezza e dopo sonni nelle celle. In salute, infatti, si prega meglio per i paria dell’India ma cosa fare se la gente là fuori muore tra stenti indicibili per la lebbra e la malnutrizione?
La pellicola si dipana in sette giorni che proseguono con il countdown, dalla presentazione della situazione, al climax rappresentato dalla storia umana di suora Agnieszka (Sylvia Hoeks), designata a sostituirla alla guida del convento nonostante un suo grande peccato carnale, fino all’epilogo di liberazione. Chi era dunque veramente Madre Teresa? Se non spetta al cinema definirlo, lo spettacolo nei suoi 103 minuti si presenta sufficientemente dinamico a ritmo di rock, anche nella scelta delle musiche, e nella sceneggiatura che punta più allo scandalo che a scoprirlo veramente. Non per forza una Santa ha un carattere mite e amorevole: per raggiungere grandi risultati ci vuole coraggio e determinazione, specie se si decide di andare contro le leggi della Chiesa e al suo sistema patriarcale (padre Friedrich, Nikola Ristanovsk, rappresenta il potere ed è anche il padre confessore di suor Teresa).
Era più adatto lo stile di questa audace regista, in realtà più comico e leggero, nel film del 2019 Dio è donna e si chiama Petrunya; qui l’India rappresentata è quella del 1948, la terra degli intoccabili, dei “più poveri dei poveri”. Per delineare questo mondo, fuori e dentro la santa Madre, all’epoca dei fatti narrati 37enne, sarebbe servito più approfondimento e aver sottolineato quel distacco tra quel periodo rivoluzionario, a seguito dell’assassinio di Gandhi e per l’incertezza politica del Paese, e il nostro. Distribuito da Adler Entertaiment, il film è in uscita il 18 settembre con il titolo Teresa – la madre degli ultimi.
di Michela Manente