Mamma, ho perso l’aereo
La recensione di Mamma, ho perso l'aereo, di Chris Columbus, a cura di Emanuele Di Nicola.
Trentacinque anni dopo torna in sala Mamma, ho perso l’aereo: cult natalizio per tutti, una christmas carol che apre gli anni Novanta e consolida il talento di Macaulay Culkin che diviene volto planetario, il bambino elfico biondo con gli occhi azzurri. Ma è anche la chiusura di qualcosa, cioè del decennio Ottanta in cui John Hughes aveva fondato il teen movie moderno; qui proprio Hughes fa un passo indietro e, in veste di sceneggiatore e produttore, scrive un child movie, ossia un film a misura di bambino. Se il tempo dei capolavori è svanito, se non è più l’era di Breakfast Club o del godardiano Ferris Bueller, resta intatta la penna sublime del cineasta: ecco allora l’incipit nell’amata Chicago con la casa colma di parentado, e l’ottenne Kevin (Culkin) che fa la figura della piccola peste e viene messo in punizione in soffitta. Facile dimenticarlo a casa il giorno dopo, quando si buca la sveglia e inizia una corsa precipitosa per prendere l’aereo per Parigi…
Alla regia c’è il giovane Chris Columbus, che battezza la carriera che dieci anni dopo lo porterà verso Harry Potter; con una mano peculiare nella messinscena di bambini e adolescenti, passando per il sequel di Home Alone e il “mammo” di Mrs. Doubtfire. Sullo schermo c’è, appunto, l’esplosivo Culkin che prima esulta per il miracolo di Natale, la scomparsa della famiglia, e poi se la vedrà coi due ladri Daniel Stern e il Joe Pesci dal dente d’oro, segno lombrosiano del crimine. Mirabile è il processo che conduce dalla casa piena alla casa vuota, prima intasandola di parenti nell’iperbole della riunione festiva, poi lasciando Kevin a gironzolare indisturbato, ma forse anche solo… A contorno ciò che sappiamo: il vecchio Marley nel volto da quercia di Roberts Blossom, che sconta la urban legend di essere un serial killer ma poi si rivela il classico personaggio natalizio pronto alla redenzione, ed è proprio il bambino che sabota le paradossali resistenze degli adulti (“Perché non chiami tuo figlio?”); il papà e la mamma, soprattutto lei, Catherine O’Hara prima severa e dopo preda di senso di colpa, che in aeroporto incontra l’angelo del Natale presente nella forma del gigantesco John Candy re della polka – c’è almeno un memorabile “Candy moment” a proposito delle pompe funebri.
Nell’ultima mezz’ora poi il film esplode. Il Davide contro Golia si scatena e il bimbo mette nel sacco i ladri con un fuoco di fila delle invenzioni più svariate, geniali, spiazzanti, perfino malinconiche: il gioco di ombre cinesi produce le ombre sui vetri della casa, facendola credere piena mentre Kevin sta passando il Natale da solo. E poi botti, fucile a pallini, vernici, bruciature e perfino tarantole; il ragazzino mette nel sacco i malfattori con una felicità creativa costante. Poi, certo, va detto che tutto si risolve nello spirito familista e nel buonismo natalizio che cade come la neve, ma il gesto anarcoide di Kevin rimane. Musiche di John Williams, clamoroso incasso globale di quasi 480 milioni di dollari. Alla regia Columbus non è John Hughes, non ha l’esattezza struggente del maestro, ma un cult è un cult e va ancora bene così.

di Emanuele Di Nicola