I cento passi
La recensione di I cento passi, di Marco Tullio Giordana, a cura di Francesco Maggiore.
E’ tornato nelle sale italiane I cento passi di Marco Tullio Giordana, che può contare sul supporto di uno straordinario Luigi Lo Cascio. Nello splendore del restauro in 4K, questo caposaldo della coscienza civica, è un’opportunità irrinunciabile per un momento poco conosciuto degli anni Settanta del Novecento. Ironia della sorte, il ritrovamento del cadavere del giovane attivista politico antimafia Peppino Impastato, fu nello stesso tragico frangente dell’omicidio di Aldo Moro. L’omertà di allora, diventava anche indifferenza in questo combaciare (tragico) di data: 9 maggio 1978.
I Cento Passi tracciano un’opera cinematografica magistrale nella tragedia umana e politica di Peppino. La mafia è una montagna di merda, una frase riecheggiante su Radio Aut per tutta la pellicola. E Radio Aut poteva essere il titolo alternativo del film, proprio per il suo essere una trincea di battaglia simbolica contro Cosa Nostra. Una ribellione che Giordana riesce a trasmettere con una passione frenetica e decisa. Quel percorso non è solo una divisione geografica, ma una netta distanza incolmabile nella sua chiara scelta morale. Il conflitto familiare è solo un microcosmo di ciò che riflette l’intera Sicilia. Il padre di Peppino, Luigi (Luigi Maria Burruano), diventa la metafora tragica della separazione paterna, segnando una frattura insanabile. Lo Cascio incarna Impastato con un’energia potente e liberatoria, rafforzata da vitalità sfacciata mista a rabbia autentica.
Inquadrature opprimenti e silenziose tratteggiano le strade di Cinisi, tenute sotto scacco dal boss Tano Badalamenti (Tony Sperandeo). La cronaca di ciò che è accaduto è il suo rigore senza retorica superflua. Documentaristico nel suo essere fedele ai fatti, ma con una capacità straordinaria di rendere il dato storico altamente universale. La messa in scena quasi da neorealismo spinge le atmosfere cupe del luogo a non sopraffare la gioventù ribelle. Ancora oggi, I cento passi, premiato a Venezia nel 2000 per il miglior attore e la migliore sceneggiatura (scritta dallo stesso Giordana con Claudio Fava e Monica Zapelli), rimane quell’inno (musicato anche da A whiter shade of pale dei Procol Harum) ad una libertà che con forza e intelligenza, non si sottomise alla prepotenza violenta del metodo mafioso. E da 25 anni a questa parte, questa vicenda è un punto di riferimento su una testimonianza che merita di non essere ascoltata e scoperta dalle nuove generazioni.

di Francesco Maggiore