Brunello – Il visionario garbato
La recensione di Brunello - Il visionario garbato, di Giuseppe Tornatore, a cura di Marco Lombardi.
Brunello Cucinelli non poteva scegliere un regista più adatto di Giuseppe Tornatore per raccontare la propria parabola umana e professionale, perché ha i tratti di Nuovo Cinema Paradiso: la fierezza delle origini popolari; l’amicizia come ricchezza; la paura, e allo stesso tempo l’entusiasmo per il futuro. E poi quell’onnipresente e sottile senso di amarezza, anche quando le cose vanno bene: un ingrediente che in questo documentario a metà (a differenza di quello che succede nel film premio Oscar) viene alla fine sovrastato dal dolce di una vita piena di successo, di amore e di bellezza, quando – al compimento dei 70 anni – giunge il momento dei bilanci.
Lo abbiamo definito un documentario a metà perché Brunello – Il visionario garbato, pur partendo dal racconto reale, in prima persona, della storia di Cucinelli, descrive in flash back la sua difficile infanzia, e la giovinezza, attraverso una parte recitata che acuisce il coté melodrammatico di una biografia che sembra comunque avulsa dalla realtà, per quanto Brunello ha vissuto, e vive, fuori dagli schemi sociali. A partire dal suo amato bar, nella sua Umbria: dopo il diploma, e dopo aver fatto finta di fare ingegneria, la varia umanità che lo frequentava, sintesi perfetta dell’altrettanto varia umanità dell’Italia degli anni ’70, fu la sua vera scuola di vita, e il suo serbatoio di emozioni che lo porterà a una maturità “pratica”, ampia e felice, che sin dai suoi timidi esordi imprenditoriali metterà al centro il rispetto dell’uomo, fino alla creazione del cosiddetto capitalismo umanista. Seguendo quella luce, molto ispirata dagli studi filosofici, Brunello ristrutturerà il borgo di Solomeo, trasformandolo nel suo stabilimento di cachemire; non licenzierà nessuno, durante la pandemia, lasciando inalterate le retribuzioni; costruirà un teatro, così da portare a Solomeo la cultura, e molti importanti artisti; abbatterà tutti gli orrendi capannoni industriali abbandonati nella valle sottostante, costruendo un impianto produttivo fatto di vetrate, cioè di luce, che è totalmente immerso nel verde; si quoterà in borsa attirando degli investitori illuminati, e dicendo loro che il centro della sua azienda è la creazione del bello per l’umanità, e solo dopo il profitto.
Certo, qualche momento sommessamente agiografico c’è, tant’è che il film ogni tanto pare un autoritratto del ‘700 commissionato da un grande della storia; quello che viene narrato, però, è tutto vero, come pure sincero è l’intendimento di Brunello Cucinelli: creare un esempio che resti, nella convinzione di non essere proprietario di nulla, bensì un semplice custode di una microscopica porzione di mondo, con l’obbligo morale di lasciare a chi verrà qualcosa di migliore. Questo è il film rouge di pensiero della sua vita, mentre il file rouge del film è un Brunello intento a giocare a quella tanto amata scopa con un personaggio misterioso, che potrebbe anche far pensare – mutando gli scacchi in carte – a qualcosa di bergmaniano. Il suo interlocutore, che non riveliamo per lasciare inalterata la sorpresa finale, invece, guarda alla vita, al domani e all’innocenza.
di Marco Lombardi