4 mosche di velluto grigio

La recensione di 4 mosche di velluto grigio, di Dario Argento, a cura di Marco Lombardi.

Dario Argento ha sempre mescolato i generi cinematografici, a partire dalla tanto amata commedia (che appare già a inizio film, quando il protagonista Roberto, che fa il batterista, cerca di schiacciare una fastidiosissima mosca a suon di bacchettate), ma 4 mosche di velluto grigio è fondamentalmente una storia d’amore: come definire l’atteggiamento di chi, con tre pallottole in corpo, dopo aver capito che la vittima del suo incubo ricorrente è la moglie carnefice, si preoccupa per lei, perché la sua fuga in auto sarà certamente l’ultima?

Grazie al meraviglioso (dolceamarissimo, cioè al contempo struggente e romantico) tema centrale di Ennio Morricone, quando alla fine si capisce che è proprio Nina l’aguzzina di Roberto, quel brano iper presente colora di romanticismo, a ritroso, tutto il film fin lì accaduto, trasformando pure i classici momenti di thriller hitchockiano tendenti all’horror in atti d’amore non solo di Roberto verso Nina, anche di Nina verso un padre orrendo che ha odiato con tutte le sue forze solo perché impossibilitata, da piccola, a esercitare il suo diritto di amarlo (un sentimento che esce in purezza dal suo viso, finalmente rilassato, quando, nello splendido rallenty finale, sta per abbracciare la morte).

Il film ha anche le consuete tracce di espressionismo argentiano (non a caso il protagonista abita in un’improbabile via Fritz Lang), dei rimandi forti al grottesco degli Spaghetti Western (le scene sul lungo Tevere, abitato da due pseudo cowboy – il Professore, alias Oreste Lionello, e Dio, alias Bud Spencer – sembrano prese da un film dell’amico Sergio Leone), e poi (pure!) qualche rimando a un’ironica Fantascienza (è proprio grazie a quelle quattro mosche impresse sull’iride di una vittima che Roberto smaschera Nina). La città costruita da Argento sa invece di Fantasy, unendo una riconoscibilissima Torino alla Roma dell’Eur, fino alla metropolitana – che in quegli anni, a Torino, non esisteva – di Milano, così creando una metropoli/non metropoli tutta argentiana, che accudisce proprio perché fa paura.

P.S. Non pratico la sindrome del Rischiatutto cinefilo, ma quando ci vuole, ci vuole: Oreste Lionello che cita di continuo i passi dell’Antico Testamento, e Nina che spara a Roberto distrattamente, mentre sta parlando e guardando altrove, li ritroviamo in una celeberrima scena di Pulp Fiction, quella del Big Kahuna Burger.


di Marco Lombardi
Condividi

di Marco Lombardi
Condividi