El Jockey

La recensione di El Jockey, di Luis Ortega, a cura di Francesco Parrino.

Remo Manfredini (Nahuel Pérez Biscayart) è un fantino leggendario, ma il suo comportamento autodistruttivo sta cominciando a metterne in ombra il talento e a mettere a repentaglio la relazione con Abril (Úrsula Corberó), la fidanzata, anch’ella fantina. Il giorno della gara più importante della sua carriera, che lo libererà dai debiti col suo boss mafioso Sirena (Daniel Giménez Cacho), ha un grave incidente, scompare dall’ospedale e vaga per le strade di Buenos Aires. Libero dalla propria identità, inizia a scoprire il suo vero io. Ma Sirena è determinato a stanarlo. Vivo o morto. Questo è El Jockey, il nuovo film di Luis Ortega che dopo essere stato presentato in anteprima mondiale, in concorso, all’81ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, arriva al cinema con Lucky Red a partire dal 17 luglio.

Un film di cui iniziamo a parlare a partire dalla primaria ed eccellente ispirazione alla base: Il vagabondo delle stelle, romanzo di Jack London del 1915 che racconta le vicende in prima persona – e di pura invenzione – di Darrell Standing. Un professore universitario detenuto nel carcere di San Quintino per l’omicidio di un suo collega. Durante la detenzione aggredisce un secondino. Evento che fa inasprire la sua pena portandolo sino alla condanna a morte. Negli ultimi tre giorni di vita, il professore scrive le sue memorie. Più che memorie, però, quelle raccontate da Standing sono delle esperienze sensorali scaturite dalle torture fisiche subite dai suoi carnefici e frutto di un’anamnesi, ovvero, della perdita della dimenticanza: la capacità di ricordare tutte le sue vite passate. Anche se condannato a morte, nel fisico, Standing acquisisce la consapevolezza di poter vivere ancora, nello spirito. Quest’ultimo passaggio, opportunamente ricalibrato a centodieci anni di distanza, è esattamente la ragione che rende così speciale e meritevole di visione El Jockey.

È su di esso, infatti, che Ortega costruisce il racconto intessendo un’anima narrativa antinaturalista complessa e variegata che si serve di componenti surrealiste e spiazzanti momenti onirici per parlare di transizione e dell’amore come motore di un cammino identitario di morte e rinascita, attraverso i contorni caratteriali e il corpo attoriale vivido e fluido di un Pérez Biscayart in stato di grazia. In lui Ortega custodisce un conflitto interiore le cui manifestazioni fisiche deformano il corpo filmico El Jockey in uno sviluppo disorganico e privo della necessaria armonia, che da primo a secondo atto vede la narrazione di Ortega cambiare pelle a tal punto da ritrovarsi a poggiare su nuove e meno solide basi. Il risultato è un’opera fragile e incerta in termini strutturali, ma non per questo priva di fascino. Del resto è di un prodotto del Nuevo Cine Argentino che stiamo parlando.

Un’espressione di realismo magico sudamericano di autori come Lau Citarella (Trenque Lanquen) e Rodrigo Moreno (I Delinquenti). Opere caratterizzate di un linguaggio filmico limpido, puro, originale, libero da stilemi e compromessi. Pura sperimentazione senza limiti di narrazioni ribelli che mettono da parte lo sviluppo lineare cinematografico per lasciare i propri agenti scenici in balia della fortuna e del caso. Esattamente come sa esserlo la vita, e non è una frase di circostanza, perché è proprio su questo fondamento che si basa il Nuevo Cine Argentino. Più precisamente sulla frammentazione e sull’individualismo postmoderno della società, e in fondo cosa c’è di più frammentato di un individuo costretto a rinascere sotto nuove forme prima di poter finalmente trovare la propria, unica, vera, sola e solida identità? La risposta in El Jockey, un film di invenzioni e magia che ci metterà poco a entrarvi nel cuore. 


di Francesco Parrino
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