Veneto Wave, incastrati sulla soglia: lo spaesamento che piace alla nuova generazione di registi “indipendente e resistente”

A cura di Chiara Pavan.

Legati, trattenuti, incastrati. Anzi, volutamente incastrati in un Veneto che non è soltanto la terra “dei schei”, dei capannoni, dei padri che si ammazzano di lavoro e dei figli costretti controvoglia a entrare nello schema della performance e del profitto, ma un Veneto che è anche, o forse soprattutto, “casa” da accettare e comprendere, che diventa pure inaspettata forza artistica generativa, territorio da osservare e raccontare senza giudicare, magari con la stessa vitalità antisistema dei due contagiosi protagonisti de Le città di pianura di Francesco Sossai, che col suo grande successo in sala e gli otto David di Donatello, compreso quello per miglior film e miglior regia, ha illuminato un pezzo d’Italia, vero, lontano dai riflettori e dai set delle solite commedie nostrane.

Una terra di mezzo, venetissima e al tempo stesso universale che dà vita a un racconto corale fatto di luoghi, personaggi e trasformazioni – un po’ sulla scia del Bestiario teatrale di Marco Paolini –  che ora, però, radica al suo interno i numerosi autori riusciti, in questi ultimi anni, a interrogare il paesaggio umano e sociale con uno sguardo nuovo, “indipendente e resistente” – parola loro -, e poco raccontato sul grande schermo. Una “Veneto Wave” che non ama il termine “provincia”, troppo semplicistico e riduttivo, e preferisce parlare di una terra dove le cose accadono. Un territorio apparentemente piatto e anonimo, stravolto e rimodellato da industrializzazione, economie, scempi estetici del paesaggio e anche di coloro che lo abitano, legati da una comune invisibilità. “Siamo tutti plasmati dal luogo da cui proveniamo. Abbiamo tutti una casa in cui siamo cresciuti con immagini, odori e sapori – conferma Sossai, narratore “della pianura” che indaga l’anima di questi luoghi scovando crepe in esistenze lontane dagli stereotipi– e questa casa l’unica materia che sento di poter sviscerare”.

VOGLIA DI RESTARE
In questa “materia” si staglia così una generazione di autori creativi e controcorrente che, contrariamente a quella precedente (Carlo Mazzacurati o Alessandro Rossetto) ha deciso di restare, senza trasferirsi a Roma, e non soltanto per raccontare storie di un mondo che sta cambiando, ma anche per seguire una via non convenzionale di cinema, personale e fuori dagli schemi, muovendosi tra concorsi internazionali e nazionali, cercando bandi europei e il sostegno di produttori,  “illuminati” e a loro volta resistenti, nella speranza che pure gli enti pubblici riescano a riconoscere il talento sostenendolo sin dalle prime fasi. Si conoscono quasi tutti questi “under 40 e fratelli maggiori” della Veneto Wave che condividono pensieri, sguardi, difficoltà, progetti e perché no, anche cene e pranzi insieme. Per confrontarsi, consigliarsi, “fare sistema”: “C’è una spinta dal basso, vera, non patinata e realmente indipendente, lontana da mode e salotti borghesi su cui il cinema nostrano, mai come in questi anni, si è conformato –  osserva il regista vicentino-trevigiano Marco Zuin, documentarista sensibile che ama avvicinarsi alle storie con un approccio etico e “sociale” – Noi più “vecchiotti” (lui è nato nel 1978) siamo stati come piante pioniere, capaci di preparare il terreno e proteggere la crescita degli autori che ora stanno segnando il futuro del nostro cinema. L’originalità sta nell’aver “decentrato” in Veneto il fulcro del nostro lavoro”. Come ha fatto lui col suo nuovo documentario Per silenzio e vento, realizzato con lo scrittore padovano Matteo Righetto (in uscita a metà settembre) che ha aperto il Trento Film Festival con un lusinghiero sold out: un poetico viaggio tra le Dolomiti sentinelle della crisi climatica e spazio di possibile rigenerazione “perché la montagna non è luogo da conquistare, ma da ascoltare”. 

ECOSISTEMA
Ed è proprio qui, nel legame stretto tra cinema e letteratura contemporanea, che Francesco Sossai individua la grande originalità della “Veneto Wave”, per lui un “ecosistema” davvero unico e distintivo di un territorio che può contare anche su scrittori come Romolo Bugaro, Francesco Maino, Francesco Targhetta e poi le giovani Nicole Trevisan e Giulia Scomazzon, senza dimenticare i big come Vitaliano Trevisan, Andea Zanzotto, Goffredo Parise, Luigi Meneghello. “Adoro Trevisan e Bugaro – spiega Sossai – ho scritto Le città di pianura ascoltando la musica di Krano, poi è diventata la colonna sonora del film, leggendo Bea vita! Crudo Nordest di Bugaro e Tristissimi giardini di Trevisan. Ci lega questa necessità di ritrarre un Veneto contemporaneo, chi al cinema, chi con la musica o con la letteratura. Sono opere che si compenetrano, anche se tra di noi non ci conosciamo. Quando mi sono imbattuto in Malefica di Nicole Trevisan, in quel ricordo d’infanzia legato a un compleanno che per lei era stato puro orrore, mi è venuto subito in mente il mio corto horror Il compleanno. E ho pensato: abbiamo vissuto le stesse cose, eppure non ci conosciamo”.

LO SGUARDO
Un territorio, tuttavia, che per qualcuno si era “autobloccato in un racconto limitato a se stesso, anche a livello emotivo”, come osserva Francesco Montagner, 37 anni, pluripremiato regista e docente di cinema che si è formato alla prestigiosa Famu di Praga debuttando nel 2014 con Animata resistenza, Premio Venezia Classici alla 71. Mostra del Cinema e Pardo d’oro a Locarno nel 2021 col folgorante Brotherhood. Montagner – e con lui altri registi coetanei come “l’antropologo visuale” Simone Bardi, il padovano Michele Sammarco, attento a tradizioni e  rituali del mondo contadino o il trevigiano Marco Schiavon, che analizza il rapporto tra l’uomo, la terra e la sua interiorità – ha scelto il documentario come strumento di indagine sul mondo: un doc d’autore, anche  “narrativo” o “ibrido”, così lo chiama lui, capace di scavare nelle contraddizioni e nelle inquietudini del nostro tempo, come nel raffinato corto Asterion, in cui ha scrutato il dualismo tra vita e morte attraverso il corpo di un toro. “Siamo una generazione che guarda alla realtà in modo forte, con approcci e stili diversi – aggiunge Montagner, che si divide tra la natia Treviso e altre città in cui insegna cinema, come Milano, Praga e anche Cuba – Una generazione che ha trovato un forte gap nella rappresentazione dell’Italia e del mondo, forse perché molti di noi si sono formati all’estero, io a Praga, Sossai a Berlino. Abbiamo cercato di colmare questo gap con il nostro cinema, con storie che hanno senso per noi”. Come sta facendo il bellunese (di Pedavena) Alessandro Padovani, 33 anni, sceneggiatore di Brotherhood a fianco di Montagner, al suo debutto nel lungometraggio dopo aver vinto il Premio Solinas ’25: in autunno inizierà le riprese di Latte,  storia familiare ambientata ai primi del ‘900 nel territorio feltrino e ispirata ai racconti della sua bisnonna, una balia da latte bellunese: “Un piccolo pezzo di storia della mia famiglia e del bellunese che arriva all’attenzione del cinema italiano”. Mondi che non sempre entrano nell’immaginario collettivo: “Insegnando all’università – conferma Montagner – mi sono reso conto di quanto il Nordest sia davvero poco conosciuto: tanti ragazzi non hanno la più pallida idea di cosa sia o di cosa “sembri” veneto. Venezia a parte, molti miei studenti faticano a immaginarlo”.

INCASTRATI
Anche Antonio Padovan, classe 1985 (Finchè c’è prosecco c’è speranza, Il grande passo e Come fratelli), si sente gioiosamente “incastrato” in Veneto nonostante i 15 anni formativi passati a New York. Tornato nella natia Conegliano (Tv), ha poi trovato casa a Treviso, per spostarsi adesso a Venezia, “mi pare etico farla ritornare città di persone che ci vivono”, ma dalla regione non si sposta. “Siamo tutti innamorati di questo territorio, che raccontiamo con sincerità e senza giudicarlo: Sossai ha uno sguardo da dentro verso il dentro, io invece da dentro verso il fuori. Come ne Il grande passo girato in Polesine: ho i piedi qui, ma guardo in alto.  In me c’è sempre la voglia di prendere questo territorio e di portarlo verso altri immaginari. Mi piace questo gioco. Ho appreso la lezione di Mazzacurati”. In autunno si prepara a girare La questione della capra, “il mio primo film in montagna” scritto con Marco Pettenello e l’amico Giuseppe Battiston, che ne sarà protagonista. E per sostenere meglio questa Veneto Wave, lui sogna di trasformare le fabbriche dismesse di Porto Marghera in una nuova Cinecittà: “Dopo tutto, esterni e maestranze ci sono, ma mancano i teatri di posa. Una cosa del genere moltiplicherebbe le potenzialità del territorio”. 

LA DISCONTINUITÀ
Un territorio discontinuo, il Veneto, privo di armonia nel suo puzzle caotico di cemento, volumi e fratture che però, all’improvviso, dopo un ponte o una curva, può svelare paesaggi talmente belli da stordire, come raccontano anche i “fratelli maggiori” intrecciando doc e finzione: si può allora seguire l’inaspettato valzer sul Piave danzato dalle genti che vivono lì accanto con il regista e fotografo asolano Alessandro De Cal nel suo folgorante Oltre le rive, oppure individuare le trappole del lavoro attraverso l’horror, come fa il veneziano Michele Pastrello in 1485kHz (se otto ore). Il regista d’opera Damiano Michieletto, per il suo debutto al cinema, si immerge in una Venezia del 1700 sporca umida e sospesa per una storia di emancipazione al femminile. Marco Segato, padovano, segue le vie dei fiumi per accompagnare la voce di Marco Paolini in Mar de Molada. E poi c’è l’acqua, cuore pulsante del lavoro del veneziano Giovanni Pellegrini, 41 anni, che dopo il seducente Lagunaria torna a indagare il rapporto simbiotico tra l’essere umano e l’ambiente idrico nel nuovissimo Le vie delle Anguane, viaggio lungo il corso di un fiume immaginario che si snoda dalle cime delle Dolomiti all’Adriatico, accompagnato dalla voce di Maria Roveran (presentato a giugno a Cinemambiente). Un lavoro, il suo, cofinanziato dalla Regione Veneto e sostenuto dalla sua casa di produzione, la veneziana Ginko Film, fondata insieme ai registi Andrea Mura e Chiara Andrich: “Siamo nati con l’idea di lavorare sul cinema documentario e su corti molto sperimentali d’autore con sguardi internazionali – confema Andrich, che ha curato il montaggio del film di Pellegrini – Le radici sono in Veneto, ma vogliamo essere più internazionali. Certo, non trasferirsi a Roma è una scelta difficile. Ma noi ne abbiamo fatto una forza”.  Ne è prova la produttrice Mavi Calcinotto, classe 1995, nome in forte ascesa nel panorama del cinema documentario e collaboratrice di Ginko, selezionata per il prestigioso programma Eurodoc Med con il progetto La memoria della neve, diretto da Beatrice Surano. Una Veneto Wave “indipendente e resistente” che cresce e guarda avanti. Sossai, insomma, ha “puntato” un riflettore su un mondo già in fermento.


di Chiara Pavan
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