Argo

La recensione di Argo, di Ben Affleck, a cura di Fabrizio Fogliato.

Nel solco del cinema politico statunitense post-11 settembre, Argo (2012) di Ben Affleck si impone come un’opera capace di coniugare ricostruzione storica, tensione spettacolare e riflessione meta-cinematografica. Ambientato durante la crisi degli ostaggi di Teheran del 1979, il film rilegge un episodio rimasto a lungo coperto dal segreto di Stato – la cosiddetta “Canadian Caper” – trasformandolo in un congegno narrativo sul potere della finzione quale strumento geopolitico.

Il 4 novembre 1979, in seguito all’accoglienza negli Stati Uniti dello Scià Mohammad Reza Pahlavi, i miliziani fedeli all’ayatollah Ruhollah Khomeini assaltano l’ambasciata americana a Teheran, dando avvio a una crisi destinata a segnare l’immaginario occidentale. Sei diplomatici riescono a sottrarsi alla cattura trovando rifugio presso la sede canadese. Da qui prende forma l’operazione ideata dall’agente della CIA Tony Mendez: simulare la produzione di un film di fantascienza per giustificare la presenza dei fuggitivi in Iran come membri di una troupe in sopralluogo.

La sceneggiatura di Chris Terrio, tratta dal memoriale di Mendez e da un’inchiesta pubblicata su Wired, costruisce un racconto che si muove su tre assi spaziali – Teheran, Washington, Hollywood – secondo un impianto di montaggio parallelo culminante nella celebre sequenza aeroportuale. Il lavoro di William Goldenberg accentua la progressiva convergenza delle linee narrative, generando un climax di crescente claustrofobia che trova nell’unità di luogo finale il proprio punto di massima condensazione drammatica.

Dal punto di vista storiografico, Argo si inserisce nella tradizione del cinema americano che rielabora traumi nazionali attraverso dispositivi di suspense e riscrittura simbolica. L’operazione di Mendez – qui interpretato dallo stesso Affleck – diventa metafora dell’industria culturale come macchina di produzione del verosimile: non sono i fatti a garantire autenticità, bensì l’“impressione di realtà” costruita attraverso codici riconoscibili. Emblematico, in tal senso, è il coinvolgimento di figure hollywoodiane come il truccatore John Chambers, che sancisce la saldatura tra intelligence e spettacolo.

Affleck adotta strategie formali differenziate per restituire le varie geografie del racconto: immagini sgranate e quasi documentarie per l’assalto iniziale; camera a mano e inquadrature “spianti” negli interni dell’ambasciata canadese; compostezza istituzionale negli uffici della CIA; estetica rétro e zoom improvvisi per la Hollywood anni Settanta. Tale pluralità stilistica non è mero esercizio manieristico, ma dispositivo semiotico che tematizza il confine labile tra verità e rappresentazione.

Non mancano, sul piano critico, rilievi circa la semplificazione del contributo canadese – in particolare la marginalizzazione della figura del diplomatico John Sheardown – a favore di una più funzionale mitopoiesi americana. Tuttavia, questa torsione patriottica rientra nella logica di un film che riflette sulla capacità del racconto di plasmare la memoria collettiva.

Argo si configura dunque come un’opera consapevolmente ambigua: thriller politico e al contempo meditazione sul cinema quale arte dell’inganno. Nel suo intrecciare menzogna e salvezza, finzione e storia, il film ribadisce un assunto caro alla tradizione narrativa occidentale: la realtà, per essere accettata, deve assumere la forma persuasiva della finzione.


di Fabrizio Fogliato
Condividi