Un film fatto per Bene
La recensione di Un film fatto per Bene, di Franco Maresco, a cura di Gianluca Pulsoni.
Di Un film fatto per Bene (Franco Maresco, 2025) se ne è giustamente scritto, e molti dei suoi elementi sono stati sviscerati a dovere. Una rapida ricerca online può quindi bastare per farsi un’idea e capire i possibili piani di lettura. Di questi, qui, vorrei riprenderne uno, forse il più banale, ma alla fine quello essenziale per – credo – cogliere il senso del lavoro.
E quindi: di che cosa “parla” il film?
Nel mettersi in scena, in quanto cineasta alle prese con un progetto su Carmelo Bene dalla gestazione “complicata”, Maresco, come si è detto in alcune recensioni, non ci racconta molto del genio salentino, ma certamente ci parla di sé. Inoltre, non abbiamo nemmeno una riflessione sull’estetica barocca dell’artefice di Nostra Signora dei Turchi. Ci sono, invece, momenti della lavorazione e determinate azioni simili ad “assoli” espressivi, ma che, nel complesso, fanno ben capire quanto lo stesso autore siciliano sia anch’egli partecipe del sabotaggio della propria opera.
Ora, questo è un punto centrale da tenere a mente perché, se il film non è su Bene, ciò che fa Maresco può però risultare profondamente beniano nel principio, visto che, nel suo lavoro, emerge un tratto che si può leggere come, di volta in volta, un’inclinazione o un tentativo di integrare una sorta di “contromovimento” continuo, un qualcosa che funga da inciampo – deliberato o subito – all’intenzione creativa a monte.
Prendendo spunto dalla figura di Giuseppe Desa da Copertino, evocata più volte nel film perché centrale nel pensiero di Bene, si potrebbe dire che Maresco, nel suo rifiuto di un’idea di certo cinema e di una società, cerchi una purezza assoluta e aliena, simile al volo del santo. Si sa però che la realtà, quando è resa in immagini in movimento, è newtoniana e contempla al massimo la poesia dei voli pindarici, brevi e premonitori di cadute. La cosa bella è che, in Un film fatto per Bene, cascasse il mondo, Maresco casca sempre in piedi.
di Gianluca Pulsoni