Father Mother Sister Brother

La recensione di Father Mother Sister Brother, di Jim Jarmusch, a cura di Michela Manente.

Il nuovo ginepraio del cinema di Jim Jarmush, costruito su articolate relazioni intime e suddiviso su tre tempi, è apparso in concorso a Venezia 82 dove si è aggiudicato niente meno che il Leone d’oro come miglior film. Il regista statunitense, anche sceneggiatore e musicista, torna alla Mostra più antica del mondo ritraendo i rendez-vous e le cene di famiglia quali rese dei conti entro i nuclei familiari in bilico tra memorie del passato e fatti del presente. Sono cene che scricchiolano dal primo saluto alla porta d’ingresso e fanno intravvedere la complessità dei legami familiari tra persone ormai divenute adulte.

Il regista costruisce il set da posa teatrale in modo meticoloso e dettagliato, procedendo per accumulo e utilizzando plurime prospettive di ripresa, su tutti i lati della scena fermando le istantanee anche dall’alto. I luoghi sono altrettanto importanti e accompagnano le tre storie presentate: la prima storia, Father (con Tom Waits, Adam Driver e Mayim Bialik), è ambientata nel New Jersey, per questioni produttive – ha specificato il regista –; la seconda, intitolata Mother (con Charlotte Rampling, Cate Blanchett e Vicky Krieps) ha luogo a Dublino, in omaggio a questa terra di scrittori , la terza, Sister Brother (con Indya Moore e Luka Sabbat), si svolge a Parigi e nell’emancipazione di questa città si legge la libertà insubordinata dei protagonisti.

La pellicola di Jarmush è fatta di disarmoniche armonie, di sogni, ricordi, progetti e confronti attorno a tavoli e tavolini con il caffè, i dolci o semplici bicchieri d’acqua. I dialoghi, aromatizzati all’odore di sigaretta o al sapore di the, come in altre pellicole intimiste dal tocco surrealista del regista, sono il propulsore che fa procedere la narrazione e, assieme all’accento sulle parole, prende vita anche quello sugli oggetti su cui il regista zooma la camera. Il film è in sintesi una pellicola sull’amore, ovvero sui diversi modi di viverlo e intenderlo nei complessi intrighi parentali, presentandosi come una serie di studi sui personaggi: silenziosi, osservativi e privi di giudizi, una commedia, in conclusione, ma intessuta di fili di malinconia irrisolta.


di Michela Manente
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