Tienimi presente
La recensione di Tienimi presente, di Alberto Palmiero, a cura di Ignazio Senatore.
Si tratta di una piacevolissima sorpresa Tienimi presente, film d’esordio di Alberto Palmiero, premiato alla Festa di Roma come miglior opera prima. Più che la trama in sé, spruzzata da una salace ironia e da un pizzico di tenera melanconia, quello che colpisce è che Palmiero ha impaginato un prodotto di ottima fattura stilistica, pur senza far ricorso ad attori professionisti, ma chiamando a raccolta gli amici e affidando il ruolo dei genitori al papà e alla mamma e alla fidanzata quello dell’innamorata.
Un’operazione che ricorda, in qualche modo, per la povertà di mezzi a disposizione, Io sono un autarchico di Nanni Moretti, del 1976. Protagonista lo stesso Alberto Palmiero, giovane ventisettenne che, terminata l’esperienza al Centro Sperimentale di Cinematografia, partecipa a una sessione per autori under 30 al Venice Production Bridge della Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia. Gianluca Arcopinto sembra interessato al suo progetto e gli chiede di inviarglielo, ma, un attimo dopo Alberto scopre che il produttore rivolge la stessa offerta a un altro giovane regista. Partecipa, poi, come comparsa a Portobello, film che sta girando Marco Bellocchio, ma neanche questa esperienza riesce a spazzar via la crisi che lo attanaglia. Deluso e scoraggiato, Alberto ritorna, infatti, ad Aversa, città d’origine, a casa dei genitori. Smarrito e disincantato, agli amici racconta che il sogno della carriera cinematografica è svanito.
Alberto non è, però, Guido Anselmi, l’affermato regista quarantenne, protagonista di 8 ½ , il capolavoro di Federico Fellini del 1963, in crisi d’ispirazione. Non è nemmeno Eugenio, Massimo e Fabio, gli esordienti registi del Il caricatore di Eugenio Cappuccio, Massimo Gaudioso e Fabio Nunziata (1996), che cercano, a tutti i costi, di realizzare il loro primo cortometraggio. Il suo smarrimento è più profondo, non è personale, ma generazionale, un disagio che rimanda a quello di Benjamin Braddock, l’indimenticabile protagonista de Il laureato di Mike Nichols (1967). Alberto, infatti, non sa cosa fare in futuro e ai genitori e agli amici, preoccupati per la sua sorte, fornisce solo risposte vaghe. A differenza di Benjamin che, per stornare il proprio smarrimento, si spende in una relazione sentimentale con una donna più matura di lui, Alberto ritrova, invece, sulla sua strada Gaia (Gaia Nugnes), una ventiduenne dolce e accogliente della quale s’innamora, ricambiato. Spinto dai genitori, Alberto pensa di rimettere a frutto una laurea triennale in informatica, conseguita anni addietro. Ma un giorno…
Il tono scelto é quello della commedia agro-dolce e Palmiero, con alle spalle diversi cortometraggi (Il pesce toro, Amarena, Menomale), mescolando perfettamente leggerezza e profondità, riesce a dar voce quel disagio dei trentenni del Sud, costretti ad emigrare al Nord per poter mettere a frutto risorse e competenze. Un film non urlato, ma girato con garbo, che fa sorridere e riflettere. Piccolo omaggio alla maschera di Pulcinella, che trascina Alberto in strada a festeggiare il terzo scudetto del Napoli. Particina per il promettente regista Mino Capuano, nei panni di se stesso. Piccoli camei di Marco Bellocchio (che compare mentre gira una scena di Portobello), co-produttore del film assieme a Gianluca Arcopinto e Simone Gattoni. Distribuisce Fandango.
di Ignazio Senatore