Sons
La recensione di Sons, di Gustav Möller, a cura di Guido Reverdito.
Siamo in un carcere danese. Lì lavora Eva, donna di mezza età che nei modi spicci e decisi con cui interagisce con colleghi e detenuti mostra di non aver fatto troppa amicizia con la Vita. Ma col passare dei minuti, lo spettatore scopre che dietro la facciata c’è un animo gentile: e infatti Eva crede nel carcere come percorso di riabilitazione e per questo cerca di migliorare le condizioni di vita degli ospiti offrendo ai più malleabili sedute di yoga, meditazione di gruppo e corsi per recuperare gli anni di scolarizzazione perduti.
Tutto però cambia e precipita quando un giorno la donna riconosce in un gruppo di nuovi arrivati il volto truce del giovane che pochi anni prima, al culmine di una violenta rissa in carcere, aveva ucciso a sangue freddo il figlio Simon, anch’egli detenuto per reati minori. Incapace di tenere sotto controllo l’odio represso che la divora dentro, da quel momento in poi Eva dimentica ogni traccia di deontologia professionale, concentrando tutte le proprie energie in un percorso di vendetta personale al termine del quale non riuscirà però né a centrare l’obiettivo prefissatosi, né tantomeno a ritrovare la pace interiore.
Svedese di nascita ma attivo in Danimarca già da parecchio tempo, nel 2018 l’allora giovanissimo regista e sceneggiatore Gustav Möller aveva stupito col magnifico lungometraggio d’esordio The guilty, serratissimo thriller claustrofobico divenuto immediatamente una sorta di mini caso internazionale a livello di critica ma anche di pubblico. Al punto da spingere l’industria a stelle e strisce a sfornarne un remake che a nessuno sembrò strettamente necessario.
Dopo esser tornato in Svezia nel 2022 per scrivere e girare la serie The Dark Heart, tratta dal libro omonimo di Joakim Palmkvist, con questo Sons Möller conferma in maniera inequivocabile una cifra stilistica capace di diventare marchio di fabbrica non ostante una filmografia ancora esigua: il suo cinema sembra infatti contraddistinguersi per la tendenza a concentrare la narrazione in spazi angusti e claustrofobici all’interno dei quali i contrasti tra i personaggi implodono ed esplodono a seconda del tasso di tensione che ne governa i rapporti. E non è certo un caso che l’intero film si svolga all’interno di un carcere alla periferia di Copenaghen, con la sola eccezione di una sequenza in cui la protagonista scorta l’assassino del figlio a visitare la madre dopo aver ottenuto per lui un giorno di libera uscita straordinario (sequenza che però, non a caso, culmina nell’ennesima esplosione di violenza).
Fedele a questa poetica del kammerspiel emozionale in cui tutto viene giocato sul climax di sentimenti in costante subbuglio, Sons si presenta come un classico prison drama che vira verso il thriller dal momento in cui lo spettatore inizia a chiedersi quale sia la ragione per cui la secondina Eva manifesti un interesse tanto morboso verso un giovane detenuto che solo col passare dei minuti si scopre essere il delinquente che le ha assassinato il figlio. Ma Sons, inspiegabilmente ignorato dalla giuria a Berlino dove era in concorso, è allo stesso tempo un intenso studio di carattere che viviseziona non solo le pieghe più recondite dell’animo della protagonista (mettendone in evidenza il dilemma morale tra la necessità del distacco professionale e l’irreprimibile urgenza di vendetta privata), ma anche l’ambiente soffocante in cui questo dramma interiore si consuma. E in questo Möller trova un assist perfetto nella prova maiuscola di Sidse Babett Knudsen, superstar del cinema nordico attiva però anche molto in Francia, che domina la scena dal primo all’ultimo minuto del film (spesso inquadrata in impietosi primi piani tesi a investigare la raggelante freddezza con cui cerca di nascondere l’eruzione emotiva che la divora dentro), regalando il ritratto sfaccettato di una madre straziata nell’intimo dalla morte violenta del figlio ma costretta dalla propria professione a fare i conti quotidiani con l’asfissia delle quattro pareti in cui quella tragedia si è consumata.
di Guido Reverdito