Orphan
La recensione di Orphan, di László Nemes, a cura di Mariangela Di Natale.
László Nemes firma un’opera intima, di miseria e povertà di un paese in rovina, con i segni evidenti delle macerie lasciate dai bombardamenti, e con un clima di paura che avvolge tutto e tutti. Dopo i temi storici-politici del campo di concentramento di Auschwitz di Il Figlio di Saul (Grand Prix della Giuria al Festival di Cannes e Oscar come miglior film straniero) e della Budapest del 1913 in Tramonto, il cinema di László Nemes fa un altro passo con Orphan, in concorso alla 82ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Il regista ungherese sceglie di mostrarci la ricostruzione drammatica di Budapest del 1957 attraverso gli occhi di un bambino.
Andor (Bojtorján Barábas) è un ragazzino ebreo cresciuto solo con la madre Klara (Andrea Waskovics), che attende con vana speranza il ritorno del padre, Hirsch, deportato durante la seconda guerra mondiale. Convinto di essere figlio di un eroe dal cognome ebreo Hirsch, così idealizzato dalla madre, vuole come il padre contribuire alla riconquista della libertà, crescendo tra stratagemmi e scappatoie ma nei quali dimostra coraggio e fermezza. In un paese ancora sconvolto dalla guerra, soffocato nel sangue dalle truppe sovietiche e soppresso dal nuovo regime comunista, Andor deve fare i conti però con una realtà inattesa: la scoperta del suo vero padre biologico, Berend (Grégory Gadebois), un uomo brutale (un macellaio di un paese vicino) ben lontano dalla figura idilliaca dipinta dalla madre. Per il ragazzo inizia un periodo tormentato, imprevedibile e complesso, non vuole accettare la realtà, tra rabbia e scatti d’ira tenta di allontanare l’uomo dalla famiglia e dal senso di sottomissione che la madre prova nei suoi confronti.
Al trauma della guerra, dell’orfanità e della ristrettezza politica e sociale, si aggiunge dunque quella dell’angoscia di un possibile genitore che non riconosce come tale. Un atto rivoluzionario che va di pari passo con quello del suo paese, poiché Andor vive non solo la condizione di orfano di un genitore ma anche quella di appartenere al popolo vittima dell’Olocausto e del regime comunista. Il clima respirato dal giovane ebreo e la sua ribellione alla paternità diventa lo specchio di un paese che non accetta ciò che gli impone il futuro; così come Andor si oppone a una figura del padre intruso, l’Ungheria cerca di ribellarsi alla brutalità e all’intransigenza del regime comunista, entrambi lottando contro l’accettazione di forze troppo grandi per essere respinte.
Orphan, il cui titolo riprende quello del suo personaggio principale, affronta oltre il tema della paternità anche quello della ricerca della verità, la sola che può dare senso all’esistenza e qualità alle relazioni. Le verità contraffatte o negate, portano a narrazioni storiche falsate e sono alla base delle violenze e delle sopraffazioni. László Nemes narra una storia dai tratti autobiografici. Ungherese ed ebreo di nascita, la sua famiglia ha subito sia la ferita dell’Olocausto che il dispotismo del regime comunista che, nonostante le episodiche rivolte, rimarrà in vigore sino al 1989, l’anno storico della caduta del socialismo reale in Ungheria e in altre nazioni di influenza sovietica, che è diventato poi simbolico con la Caduta del Muro di Berlino.
di Mariangela Di Natale