Norimberga

La recensione di Norimberga, di James Vanderbilt, a cura di Frédéric Pascali.

Il 20 novembre 1945 prende avvio uno dei processi simbolo della nostra storia recente, destinato a fare giurisprudenza in materia di Diritto Internazionale fino a sancire una specie di apparente redde rationem con quella che era stata la tragedia della Seconda Guerra Mondiale. Nel settore riservato agli imputati siedono 21 individui, il retaggio più importante della ormai sconfitta Germania hitleriana. Il ventiduesimo, Robert Ley, il capo del Dipartimento che sovrintendeva alla vita lavorativa dei cittadini, si è suicidato nella sua cella qualche giorno prima. Era uno dei profili integrati nello studio del maggiore Douglas Kelley, l’ufficiale medico, psichiatra, incaricato dal governo americano di valutare lo stato mentale e di coscienza dei prigionieri. Nella ricerca di un filo comune tramite il quale arrivare a identificare una vera e propria personalità nazista.

È lui il protagonista principale di Norimberga, la pellicola scritta e diretta da James Vanderbilt. Una nuova rievocazione cinematografica liberamente ispirata al romanzo del giornalista americano Jack El-Hai, ma, non per questo, immune da cliché, non detti e una sintesi congegnata con frequenti forzature storiche e retoriche. In primo piano staziona il rapporto umano e professionale che Kelley instaura con il prigioniero più importante e carismatico: Hermann Goering. Maresciallo del Terzo Reich, fondatore e comandante della Luftwaffe, secondo in linea di comando dopo il Fuhrer. È lui la figura chiave dell’intero processo, l’ultimo bastione nazista da abbattere definitivamente. Interpretato con efficacia e la giusta sensibilità emotiva da Russell Crowe, a lungo è il padrone assoluto della scena, a tal punto da intaccare la stessa prova di Rami Malek, un Douglas Kelley un po’ sopra le righe, soggiogato dalla personalità del suo antagonista.

Quando il loro rapporto implode di fronte alle immagini dei campi di sterminio, i tempi filmici del processo si assottigliano con i profili degli altri personaggi che si riducono a pochi tratti essenziali levigati, troppo spesso, per approssimazione. Il contesto storico non supera la superficie mentre la realtà si fa chimera e nell’oblio occulta i suoi momenti più significativi, come la drammatica e contrastata testimonianza di Rudolf Höss, uno dei comandanti di Auschwitz, chiamato alla sbarra dalla difesa di Ernst Kaltenbrunner, l’ufficiale più alto in grado della Gestapo. Nella pellicola di Vanderbilt la rievocazione è unicamente delegata alla figura di uno dei due Procuratori in Capo, lo statunitense Robert Houghwout Jackson. La sua condotta delinea i confini invalicabili oltre i quali è proibito spingere l’analisi dei fatti.  

L’enfasi largheggia e s’impadronisce del ruolo di Kelley, che fu sì uno dei protagonisti di quel tragico ultimo sipario, ma non ne decise di certo le sorti. Undici mesi di processo riassunti con possenti salti temporali, voli pindarici, sguardi d’intesa e di sfida, senza mai lasciar trasparire la parvenza di una volontà d’indagine storica più profonda, in grado di andare al di là dell’assurgere della banalità del male.  I commenti provenienti dal Faber-Castell, l’alloggio dei 300 e più tra giornalisti e scrittori, sono rari e improntati alla postura di un qualche ardito pettegolezzo. Uno sguardo fugace, garantito dalla bellezza e dall’eleganza della fotografia di Dariusz Wolski, che fa troppo misura sull’accuratezza dei costumi e degli interni, solidi elementi delle dinamiche classiche e stereotipate del conflitto tra buoni e cattivi, mentre la faccia sporca della guerra resta una sbiadita cartolina del tempo che fu.


di Frédéric Pascali
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