Norimberga
La recensione di Norimberga, di James Vanderbilt, a cura di Paola Dei.
La recensione di Paola Dei
Il film Norimberga (2025), diretto da James Vanderbilt, si concentra sugli ultimi giorni di Hermann Göring, interpretato da Russell Crowe, e sul lavoro dello psichiatra Douglas Kelley (Rami Malek), incaricato di determinare se i leader nazisti fossero idonei a sostenere il processo di Norimberga. Basato sul libro Il nazista e lo psichiatra di Jack El-Hai, il film non si limita a raccontare la storia del processo, ma esplora temi profondi legati alla psicologia del male, alla manipolazione e alla responsabilità morale.
Una delle dinamiche più affascinanti del film è la relazione tra Douglas Kelley e Hermann Göring, che sembra oscillare tra un’analisi professionale e un’intensa attrazione psicologica. Sebbene Kelley sia consapevole della pericolosità di Göring, c’è un’ambiguità palpabile nei loro scambi, che appaiono come una sorta di danza psicologica. I due uomini, pur separati dalle atrocità commesse dal nazista, si attraggono a livello intellettuale e psicologico. Göring, con la sua intelligenza e il suo fascino, non è solo un paziente da analizzare, ma un “compagno di danza” per Kelley, un interlocutore stimolante che lo sfida e lo affascina in modi inaspettati.
Kelley, pur mantenendo un certo distacco professionale, non può fare a meno di essere attratto dalla mente brillante di Göring. Nonostante la consapevolezza delle atrocità commesse da lui, il medico sembra coinvolto emotivamente in questo scambio che a tratti appare come una amicizia distorta. C’è una complicità che cresce tra i due, alimentata dalle conversazioni intime e dalle riflessioni filosofiche. Il loro rapporto non si limita al semplice conflitto tra bene e male, ma evolve in una dinamica più complessa, in cui la seduzione psicologica si mescola alla vulnerabilità.
Nel film, Göring emerge come una figura sorprendentemente intelligente e affascinante, capace di sedurre e manipolare con il suo carisma. La sua mente brillante, unita alla sua abilità di manipolare gli altri, lo rende una figura molto più pericolosa di quanto non sembri a prima vista. La seduzione narcisistica di Göring è evidente durante le sue interazioni con Kelley, poiché riesce a esercitare un controllo psicologico sottile che lo rende più umano agli occhi del psichiatra, nonostante la sua mostruosità. Questo aspetto della sua personalità è una delle caratteristiche che rendono il personaggio di Göring tanto complesso e affascinante. La sua intelligenza e il suo fascino non sono solo strumenti di potere, ma diventano anche un modo per resistere al destino che lo attende, mantenendo una parvenza di controllo anche nelle sue ultime ore di vita.
Il psichiatra Douglas Kelley, mentre studia la psiche di Göring, cerca di andare oltre la superficie per analizzare la radice del male. Questo concetto lo avvicina alla teoria di Hanna Arendt sulla “banalità del male”, che suggerisce che il male non risieda solo in mostri evidenti, ma possa nascere anche in individui che sembrano “normali” o sorprendentemente intelligenti. La tesi di Kelley è inquietante: il male potrebbe risiedere nelle profondità di ogni essere umano, anche di quelli che non sono percepiti come mostri. Tuttavia, quando Kelley cerca di portare avanti questa riflessione con i suoi superiori americani, l’idea viene rifiutata con forza, creando una frattura tra lui e i suoi interlocutori.
Il rifiuto della sua visione da parte degli americani e la solitudine che ne consegue segnano il destino di Kelley, che, sopraffatto dalla disperazione, sceglie il suicidio. Questo gesto finale richiama la morte di Göring, che si tolse la vita prima di affrontare la sua condanna definitiva. La morte di Kelley, come quella di Göring, è simbolica di un fallimento nel riuscire a comprendere e trasmettere una verità che va oltre la superficie, un gesto che segna la fine di una ricerca dolorosa e, per molti, incomprensibile. Ed in questo le vite dei due uomini, seppur con ruoli e compiti differenti, mostrano una similitudine che li porta a suicidarsi anche nello stesso modo.
Norimberga non è solo un film storico sul processo di Norimberga, ma una riflessione profonda sulla natura del male, sulla psicologia del potere e sulla capacità di ogni individuo di diventare complice di atrocità. Viene da chiedersi come mai popoli interi si facciano manipolare al punto da ritenere che le stragi siano giustificate? La relazione tra Kelley e Göring, che appare come una danza psicologica tra attrazione, manipolazione e ambiguità, è uno degli aspetti più affascinanti e inquietanti del film. Il film ci invita proprio a riflettere sull’idea che il male non sia qualcosa di isolato, ma che possa nascere ovunque, sfidandoci a confrontarci con noi stessi e con chi ci è vicino, come purtroppo i casi di cronaca ci mostrano. Non politica dunque, ma perversioni dell’essere umano che trovano nel potere politico un modo per esprimere la loro sete di controllo.
La trama, che si sviluppa attorno a un rapporto ambiguo e intellettualmente stimolante tra i due protagonisti, porta lo spettatore a interrogarsi sulla moralità, sul potere e sulle tenebre che si nascondono nelle profondità della psiche umana. Norimberga rimane così una riflessione inquietante e provocatoria, che continua a risuonare a lungo dopo la visione.
di Paola Dei