Avatar – Fuoco e cenere
La recensione di Avatar - Fuoco e cenere, di James Cameron, a cura di Boris Schumacher.
A tre anni di distanza da Avatar – La via dell’acqua, James Cameron ci riporta su Pandora, in un contesto sempre più drammatico e cruciale per il pianeta e per le creature che lo abitano. Compresa la famiglia Sully, alle prese con una dolorosissima elaborazione del lutto in seguito alla morte di Neteyam, il primogenito di Jake e Neytiri.
Il grande regista canadese è un creatore di mondi, un demiurgo che prende a prestito da svariate fonti (cinematografiche e letterarie) e sa rielaborare come nessun altro elementi, miti, scenari e archetipi per dar vita a un suo immaginario, potente e indelebile. Uno dei pochissimi autori nella storia del cinema capace di realizzare dei sequel all’altezza, se non superiori al prototipo originale. A partire da Aliens – Scontro Finale (1986), il suo terzo film da regista, war-monster movie capace di rivaleggiare (ma in territori e generi diversi) col primo Alien di Ridley Scott, per proseguire cinque anni più tardi con Terminator 2 – Il giorno del giudizio, dove ampliava e teneva testa al primo, straordinario, capitolo che aveva creato lui stesso nel 1984, fino ad arrivare a Avatar – La via dell’acqua, dove a distanza di tredici anni dal primo capitolo ci riportava su Pandora e al contempo, a distanza di un quarto di secolo, ci faceva nuovamente salire a bordo del Titanic, durante un epico e cruento scontro finale.
In Avatar – Fuoco e cenere si cimenta per la prima volta, nel corso della sua lunga e straordinaria carriera, con un terzo capitolo capace di destare e suscitare nel pubblico lo stesso stupore e il medesimo senso di incanto e meraviglia dei film che lo hanno preceduto, di trasportarci all’interno di nuovi mondi immaginari, così lontani eppure così vicini – guerre comprese – al nostro. Un nuovo e incredibile manifesto ecologista e antispecista, un inno alla natura e al mondo animale messi a repentaglio dall’avidità dell’uomo bianco, o meglio “del pelle rosa”, che non esita a distruggere gli ecosistemi di pianeti lontani, dopo aver depredato la Terra, e a sterminare animali e popolazioni indigene per perseguire le sue finalità economiche. E qui lo fa in un modo ancor più vigliacco, subdolo e crudele, con un’alleanza tra il redivivo Colonnello Quaritch e il clan Mangkwan, il Popolo della Cenere, guidato dalla selvaggia, feroce e spietata Varang, un nuovo e magnifico personaggio dell’universo mitopoietico creato da Cameron, l’ennesima straordinaria guerriera che va ad arricchire la sua filmografia, piena di figure femminili forti e determinate. La interpreta una straordinaria e impressionante Oona Chaplin, la nipote di Charlie Chaplin, pronta a rubare la scena ai personaggi storici della saga già a partire dal suo indimenticabile ingresso in campo, durante un fulmineo e impetuoso “raid aereo” da parte del suo clan contro i Mercanti del Vento che si spostano e viaggiano nei cieli di Pandora grazie a enormi creature volanti bioluminescenti, simili a mongolfiere (delle nuove e splendide creature dopo gli imponenti e maestosi Tulkun del secondo capitolo che tornano protagonisti anche nel terzo). Dopo un inizio in minore, quasi introspettivo, è la prima – grande – scena, stordente e sbalorditiva, di questo terzo, maestoso, capitolo, a cui ne seguiranno diverse, compresa tutta la parte finale in cui non riusciamo a staccare gli occhi (io ti vedo, noi ti vediamo) dal grande schermo, rapiti da cotanta meraviglia e in preda a un turbinio di emozioni. Un’opera imponente e fluviale (è il capitolo più lungo della saga) che mette nuovamente al centro i legami familiari, le tensioni tra padri biologici e adottivi, l’irrequietezza dei figli che lottano per essere compresi e ascoltati dai genitori e trovare uno spazio e un ruolo in un mondo in fiamme.
Ancora una volta il grande regista canadese ha vinto una nuova sfida, ha portato a termine l’ennesima impresa titanica, ha spostato in avanti l’asticella, ha ampliato il suo (e di conseguenza il nostro) immaginario, con un’opera a cavallo tra la fantascienza e il western, che guarda al mito della frontiera, come era già accaduto col primo Avatar, dove l’intreccio narrativo rimandava a Balla coi lupi. Anche qui si rimarca la stretta parentela tra i na’vi, i grandi pelle blu di Pandora che venerano Eywa, la grande divinità panica che connette e governa l’ecosistema del pianeta, e i nativi americani (Quaritch corrompe coi fucili la “purezza” di un popolo guerriero addestrando il clan guidato dalla “strega” Varang all’uso delle armi da fuoco), i pelle rossa sterminati dall’uomo bianco, il distruttore di mondi, che in Avatar è l’alieno invasore, arrivato dal cielo a bordo di enormi astronavi per continuare la sua opera di sfruttamento e devastazione di un altro ecosistema e delle creature che lo abitano.
È commovente l’infinito amore di James Cameron nei confronti del cinema e delle sue nuove e inesauribili potenzialità tecnologiche che continua a esplorare, da indomito pioniere, con tenacia e ostinazione. Un autore capace di rimettere al centro del discorso e dell’attenzione la sala cinematografica (l’unico luogo-sacro in cui possono essere visti e vissuti davvero i suoi film) e di ridare importanza primaria alle immagini, da guardare e ammirare a occhi spalancati (io ti vedo, noi ti vediamo: è giusto sottolinearlo ancora una volta). Del resto, pare davvero impensabile vedere per la prima volta Avatar – Fuoco e Cenere a casa, senza passare dall’esperienza totalizzante e immersiva della sala. Cameron è nuovamente deciso e intenzionato a riportare le masse al cinema, a rendere di fatto impossibile la fruizione del suo nuovo film sul piccolo schermo di un tablet o di un notebook (ma anche su quello di una smart tv di grandi dimensioni). Cameron finora è sempre stato in grado di fare miracoli: c’è solo da augurarsi che sappia compiere una nuova stregoneria per sostenere il presente e il futuro dell’industria cinematografica, riportando perfino in auge la visione tridimensionale, ormai passata di moda, esclusivamente per l’uscita dei suoi film ambientati su Pandora, per un’esperienza unica e irripetibile a livello visivo, emozionale e sensoriale.
di Boris Schumacher