Mani nude

La recensione di Mani nude, di Mauro Mancini, a cura di Emanuele Di Nicola.

Un ragazzo sta ballando in discoteca. Viene stordito, prelevato, insomma rapito. È costretto a combattere in un camion al buio, in fuoricampo. Uccide il suo avversario. Tale è l’incipit di Mani Nude, il film di Mauro Mancini in sala dal 5 giugno, tratto dal romanzo omonimo di Paola Barbato. Il giovane in questione, Francesco Gheghi, è stato sequestrato per venire sottoposto a un allenamento sfiancante: entrerà nel giro dei combattimenti clandestini a mani nude, quelli che finiscono sempre con la morte di uno dei due. Consumati in garage, acquitrini o luoghi oscuri, tra le scommesse degli astanti che trattano guerrieri come galli da combattimento.

Se c’è un modo di fare film di genere in Italia oggi, sembra proprio questo: una storia durissima che inizia col rapimento di un ragazzo ignaro, e continua con l’educazione siberiana di un carceriere, Alessandro Gassman, che lo alleva cinicamente a dimenticare il mondo fuori e concentrarsi a fare a botte con l’unico obiettivo possibile, restare vivi. Malgrado la sinossi sulla carta, Mani Nude non è un Fight Club italiano: al contrario della storia di Palahniuk-Fincher, in quella di Barbato-Mancini non c’è alcuna scelta ma solo imposizione, intrappolati in una ragnatela, un gioco di scommesse che è esercizio capitalista della mafia, raffigurata nel ciclopico Renato Carpentieri con un occhio solo.

Il racconto si dipana in un distillato di simboli palesi e metafore semplici, ma non per questo banali, anzi consapevoli che il film di genere è per tutti e deve essere comprensibile a tutti, senza incartarsi in velleità autoriali inessenziali. Ghegi prende il nome di Batiza, il suo avversario-amico si chiama Puma, mentre Gassman è detto Minuto, perché quando combatteva lui si resisteva solo una manciata di secondi… e così via. Nella prima parte il film non teme di inscenare la violenza: la porzione carceraria costringe all’allenamento e allo scontro, poi il match fa sanguinare e deturpa i corpi, manovra e deforma il fisico di Gheghi mostrando il sangue, il bozzo, il livido, la bava. Quindi, naturalmente, ecco l’evoluzione narrativa: nella seconda parte si spacca la stasi e inizia un movimento di fuga, che già sappiamo – come regola di genere – che sarà un percorso a elastico perché prima o poi ti vengono a prendere come nel noir melvilliano.

Prima colpi, liquidi, quasi splatter e poi melo’, sentimento, quasi amore: una decisa virata di registro che conduce alla spietata chiusura del cerchio. Il regista Mauro Mancini ci mette la regia, banale ma non scontato, perché studia davvero ogni punto di visione e trova le angolazioni strane e particolari, oblique e inquietanti, oppure patetiche in quanto portatrici di pathos, insomma esce dalla dialettica italiana del campo-controcampo. La chimica tra Gheghi e Gassman è potente, tutti i comparti curati, dalla scenografia ai costumi; aleggia un magnifico disinteresse della sceneggiatura per ogni forma di plausibilità, da sempre sopravvalutata. Il cinema di genere sferra il suo pugno.


di Emanuele Di Nicola
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