Lavoreremo da grandi
La recensione di Lavoreremo da grandi, di Antonio Albanese, a cura di Gianlorenzo Franzì.
Si conferma uomo d’acqua dolce, Antonio Albanese, per quel suo sguardo così malinconicamente leggero, elegante, educatamente silenzioso anche quando vuole esprimere i vortici emotivi che si agitano dentro.
Lo dimostrava nel precedente Cento domeniche, lacerante dramma che raccontando i tracolli esistenziali ed economici di chi perde i propri risparmi per i crack bancari si lasciava andare ad una narrazione placida, luminosa, fino al finale così disturbante; e lo conferma con Lavoreremo da grandi, la sua sesta regia che è un po’ opera speculare rispetto a quella.
Come lì lo sguardo era rivolto verso l’esterno, qui invece la riflessione è più intima e personale: dove la cifra essenziale dell’altro film era il dramma, qua siamo dalle parti della commedia. Anche se nello stesso tempo, Lavoreremo da grandi non è una commedia leggera, piuttosto a cuor leggero: lo sguardo è quello un po’ (consapevolmente) naif di Epifanio, uno dei suoi -caratteri, non- personaggi più riusciti, e vola divertito sull’umanità varia e brillocca della provincia. Sempre inquadrata in riva al lago: siamo sul lago d’Orta, dove tutto scorre placidamente come le ondine lacustri, vivendo e metabolizzando i fallimenti con lentezza, senza reazioni muscolari ma metabolizzando tutto con un sorriso un po’ rassegnato.
I personaggi di Albanese sono tre uomini di mezza età (e il figlio adulto di uno di loro) che non hanno saputo mostrare forza, o forse non hanno voluto respingere in maniera violenta, gli amari flutti del destino. Una zia irriconoscente, due mogli in salsa dominatrix, figli sparsi e cugine in divisa che colorano in maniera sfumata le esistenze di poveri diavoli mentre loro malgrado si dibattono in una commedia degli equivoci divertita e divertente, che sa mettere in scena colpi di coda quando meno te li aspetti, dipingendo un universo di relazioni umane che si raggruma in microcosmi isolati.
Che sono poi i luoghi ideali nei quali si accende inesorabile la carica di follia che colora delle vite grigie.
Lavoreremo da grandi gioca con la comicità del corpo, delle battute old style, del calembour, con lo stile quasi delle comiche mute; ma contemporaneamente -ed è forse la sua caratteristica migliore dal punto di vista del sottotesto- non ha mai la presunzione di essere o diventare saggio antropologico, perché con quella declinazione surreale propria di Albanese restituisce il desolato orizzonte di una generazione sconfitta, che al meglio si veste da cacciatore di alibi per poter incolpare qualcun altro dei propri insuccessi. Mentre nel frattempo sa far deflagrare rapporti e convenzioni, sempre con gentilezza, perché per far diventare commedia la tragedia basta una smorfia.
di Gianlorenzo Franzì