Keeper
Le recensioni di Keeper, di Oz Perkins, a cura di Gianlorenzo Franzì e di Roberto Baldassarre.
La recensione
di Gianlorenzo Franzì
Se non deve essere facile essere figlio d’arte, meno ancora probabilmente lo è stato essere figlio di Anthony Perkins, uno dei volti più iconici della storia del cinema. E il talento certo non manca al figlio Oz Perkins, che inizia la sua carriera con February (che esplora i temi del lutto e dell’abbandono), continua con Gretel e Hansel (rilettura horror della fiaba sui due fratelli cacciati di casa) ed esplode con Longlegs (storia di un serial killer che manipola i padri di famiglia per fargli sterminare i propri cari), fino a questo Keeper dove maternità e possesso sono punti cardine. Lasciamo ad altri il compito di psicanalizzare, ma è evidente come Oz abbia trovato nel cinema una possibile catarsi per spezzare alcune catene.
E allora Keeper non è solo il suo film più personale, ma quasi certamente il punto più alto della sua filmografia, il più cristallino, dove trova il miglior equilibrio tra ossessioni e messa in scena lucidissima.
La storia è un nuovo viaggio nelle relazioni di coppia, storia con cui il regista si prende tutto il tempo per posizionare i suoi due personaggi nella loro baita dispersa nel bosco, lasciando che l’atmosfera prenda il ritmo della sostanza vischiosa che lentamente si insinua nella casa.
Ancora più che in Longlegs, allora, è perturbante il vocabolo adatto a descrivere gli ambienti malmostosi in cui Perkins immerge i suoi protagonisti, riuscendo a raccontare per immagini che inesorabilmente mettono a disagio chi guarda.
Non ci sono jumpscare in Keeper (se non forse sul finale), nè c’è un vero e proprio climax: bensì un percorso di avvicinamento ad una verità dolorosa e inevitabile con cui dovrà fare i conti Liz (Tatiana Maslany), percorso nel quale si aprono continue trappole. Trappole che poi sono squarci nella logica, sgambetti narrativi spiazzanti, detour visivi che solo alla fine trovano un collocamento logico.
Keeper alla fine è quindi per questo, ad oggi, il miglior film di Perkins: luogo dove mette quasi cartesianamente in fila le sue paure (rabbia e isolamento) e ci spiega che il trauma viene sempre da un passato che influenza un presente nel quale dobbiamo incessantemente rimettere in discussione la realtà che viviamo.
Perché il Male non è mai evidente, ma si insinua dietro gli angoli, negli anfratti bui, negli interstizi del cervello, fino a prendere possesso di noi.
La recensione
di Roberto Baldassarre
Osgood Perkins, ma conosciuto con l’evocativo nomignolo di Oz, è ormai uno degli autori di punta dell’horror del nuovo millennio. Il precedente Longlegs (2024) è stato accolto molto positivamente, confermando come sia un regista con una sua originale e ferma visione. Genere bulimico, abusato e spesso dozzinale e/o logoro, l’horror è diventato un terreno terribilmente scivoloso per chi cerca di approcciarvisi. Ed per questo che Perkins, nell’abbondante genia di registi che realizzano pellicole del terrore, si rivela singolare in questo bailamme.
Keeper – L’eletta (Keeper, 2025), suo sesto lungometraggio, conferma la cifra ispirativa dell’autore ma al contempo la disattende alquanto. Realizzato back to back a The Monkey (2025), trasposizione dell’omonimo racconto di Stephen King, Keeper è un horror evocativo che in alcune sequenze fila con la fiaba nera, un thriller psicologico incentrato sulla suspense e d’impostazione femminista. E tutto il costrutto è demandato al finale, che spiega quella pressante tensione e mistero che avvolge la protagonista e la baita isolata. Sceneggiato da Nick Lepard, realizzatore anche dello script di Dangerous Animals (2025), sostanzialmente derivativo de Lo squalo (Jaws, 1975) di Steven Spielberg più altre cinefile provenienze, il sesto lungometraggio di Perkins soffre proprio di solidità di storytelling. Oscure presenze in una casa isolata che spaventano la “vergine” protagonista che piomba rapidamente nella paranoia. Un florilegio di elementi raccolti da altri horror e purtroppo miscelati insieme con poca verve creativa, che fondamentalmente non aggiungono nulla di inedito al genere.
Anzi, quasi generano nello spettatore scaltro la ricerca della fonte d’ispirazione cinefila. Ad esempio, facilmente tornano alla mente The Shining (1980) di Stanley Kubrick o La casa (The Evil Dead, 1981) di Sam Raimi, benché siano soltanto rimembranze per quanto concerne il luogo e le inquietanti apparizioni. Quindi ecco che la messinscena di Perkins riesce a dare qualche valido spunto interessante, dando concretezza al racconto con piccole soluzioni registiche. Però non quando cerca affettatamente l’effetto tensivo tramite montaggio, zoom o uso della musica, da tipico jump scare, ma allorché riesce a trasmettere il tormento della protagonista o l’asfissia del luogo con una classica e morigerata messinscena, merito anche di Jeremy Fox, promosso a DOP successivamente alle collaborazioni come fotografo delle seconde unità nei due precedenti lavori del regista.
Ciò conferma che Oz Perkins, autore che vuole rappresentare l’orrore annidato nel quotidiano comune e le paure e/o follie degli esseri umani, deve occuparsi anche della sceneggiatura, per avere maggiore consistenza cinematografica, oppure affidarsi a scrittori meno propensi alla cinefilia. Keeper, se partiamo dal finale, o come anticipa il sottotitolo dato dalla distribuzione italiana, poteva essere una metafora dell’avidità umana e del ribaltamento dei ruoli, che spezza una cultura maschilista, sicura di sé, secolare.
di Gianlorenzo Franzì