Hamnet – Nel nome del figlio
La recensione di Hamnet, di Chloe Zhao, a cura di Francesco Maggiore.
Due lettere, due consonanti, intercambiabili. Ma che fanno la storia (della letteratura), e la regia di Chloe Zhao ne è la prova. Hamnet rappresenta il vuoto lasciato dai drammatici eventi che hanno colpito la vita di William Shakespeare (Will), e di sua moglie Anne Hathaway (Agnes). Questa disgrazia viene trasformata in un’opera pulsante di vita, dolore e risonanza stilistica. Candidato a 8 Premi Oscar, Hamnet non è di per sè la storia del Bardo, e neanche la genesi didascalica di un capolavoro.
Tutto parte da una perdita, avvenuta all’interno di un focolare domestico, che avrebbe cambiato per sempre il corso del canone letterario mondiale. Hamnet era il figlio di William Shakespeare (quì interpretato da Paul Mescal) e di Agnes (Jessie Buckley, la cui performance monumentale si prenota per una vittoria quasi certa della prestigiosa statuetta), destinato a morire a undici anni di peste. Agnes testimonia in maniera straziante e aperta il suo dolore, mentre quello di Will, è trattenuto, ma sfocia nella creazione della sua più imponente e celebre opera, Hamlet.
La suggestione visiva registica è importante nella comprensione narrativa della luttuosa vicenda. E passa dall’incanto iniziale di un bosco quasi magico, colorato dall’abito rosso di Agnes. Un colore che folgora Will, con cui avrà tre figli, Susannah e i gemelli Judith, e per l’appunto Hamnet. La sua morte è uno strazio insostenibile, ritratto nel dolore esplicitato di sua madre, che se lo porta addosso fino alla fine della pellicola. E se il senso di colpa di Will per non esserci stato in quel fatale momento, il passaggio quasi d’obbligo all’opera teatrale rende tutto più tragico e consapevole. Perchè se Agnes piange tutte le sue lacrime fino all’ultima inquadratura (e con lei il pubblico), Will continua a cercare il fantasma del figlio nella sua ideazione più popolare. Chloe Zhao usa l’elemento della luce come una grigia sospensione temporale:, quasi radente. Infatti descrive un mondo che sta per essere inghiottito inevitabilmente dalla peste e dal lutto. Il contrasto tra interni ed esterni diventa quasi antropico nel descrivere la sofferenza dei protagonisti, su cui poggia l’interno film, nella loro lacerante interpretazione sottrattiva, a tratti naturalistica. La fusione emozionale dei due protagonisti nel dolore e nelle sue diverse componenti, è un’esperienza fortemente catartica.
L’aspetto particolare, ma anche più straordinario della pellicola, è la recitazione dei bambini, su tutti l’Hamnet di Jacobi Jupe, la cui morte rende la tragedia palpabile e non un banale espediente narrativo. Storicamente e narrativamente, Hamnet e Hamlet erano lo stesso nome, varianti trascritte in modo diverso negli archivi parrocchiali di Stratford-upon-Avon. Utrum esse an nōn esse oporteat, illud est quaerendum, ovvero il to be or not be, è così potentemente simbolico nella vita oltre la morte durante la rappresentazione teatrale. Per Zhao, questa intercambiabilità non è un banale dettaglio storico, ma una dichiarazione struggentemente poetica. Hamnet (il figlio), e Hamlet (il personaggio/l’opera) si fondono in maniera definitiva. La percezione è che il nome del figlio non sia stato sostituito da quello del dramma, ma che il dramma sia l’unico luogo dove il figlio può continuare a esistere. Nella prima parte del film, questa intercambiabilità dei nomi serve a preparare lo spettatore al “sacrificio” finale. Quando il figlio muore, il padre “ruba” il suo nome per consegnarlo all’immortalità del palcoscenico. È un atto d’amore e, al tempo stesso, un atto di vampirismo artistico che Zhao filma con estrema delicatezza, ma che rimane impresso nel cuore e nell’anima dello spettatore.
di Francesco Maggiore