È l’ultima battuta?
La recensione di E' l'ultima battuta?, di Bradley Cooper, a cura di Frédéric Pascali.
La commedia brillante sviluppa una sua forza che spesso è solo l’inizio di una sottotraccia dall’attitudine vagamente drammatica. Come se, per attendere all’aspetto più leggero della trama, si dovesse forzatamente convergere verso un punto di vista pragmatico, in grado di restituire un senso d’amarezza quale viatico indiscusso per una narrazione che punti al lieto fine.
Bradley Cooper, al suo terzo lungometraggio da regista, dirige una sorta di sintesi di tutto questo immortalando la crisi di una coppia di mezza età. Alex e Tess Novak, lei vecchia gloria della pallavolo e lui colletto bianco della Finanza, dopo vent’anni di matrimonio, ingessati in un’incomprensibile apatia, nonostante le remore di lui, chiudono, in un momento qualsiasi di un giorno qualunque. Tuttavia, la gestione dei loro due figli, Felix e Jude, lascia in essere qualcosa di irrisolto. Quando poi Alex comincia a frequentare un locale di stand up comedy il mondo attorno a loro, comprensivo di una stramba coppia di migliori amici, Balls e Christine, assume un punto di vista differente. Tutto comincia a delinearsi secondo una linea di racconto dettata da un unico file rouge.
Le performance comiche di Alex più che richiamare gli espedienti cari a Charlie Case, il padre del vaudeville americano, una stand up comedy in fieri, si inquadrano in un aspetto più ampio, connotato di fessure surreali capaci di annullare i distinguo tra la performance e la realtà. La cosiddetta quarta parete, il muro immaginario che si pone di fronte allo spettatore quando assiste a una rappresentazione su di un palcoscenico, non scompare esclusivamente dinnanzi al microfono. Dalla prima volta in cui Alex mette piede nell’open mic del Comedy Cellar, espediente per entrare gratuitamente nell’Olive Tree Cafe di New York, accade qualcosa che sfida direttamente la sua fedeltà al tempo della ragione. La sceneggiatura, firmata dallo stesso Bradley Cooper con Will Arnett e Mark Chappell, innesta la messa a fuoco progressiva di tutti i personaggi in campo. Si fa sfacciata svelando un universo dalle sembianze dadaiste, quasi a richiamare le idee di due mostri sacri come Steven Wright e Mitch Hedberg, in cui gli stessi sentimenti, e le emozioni che li attraversano, perdono quell’enfasi tanto cara al cinema americano e si mostrano per quel che sono: un semplice attestato di umanità. Il non prendersi troppo sul serio diviene allora l’ancoraggio più saldo a cui affidare la propria relazione. Non si torna indietro, nel proprio passato più o meno glorioso, ci si ama alla giornata, per quel che si è e non per quello che si cerca di essere.
Suggellata dalla calda fotografia di Matthew Libatique, con molti movimenti di macchina a spalla, l’interpretazione di tutti ha il carattere dell’eccellenza con una notazione di lode per i due protagonisti, Alex e Tess, incarnati, rispettivamente, da Will Arnett e Laura Dern.
di Frédéric Pascali