Don’t Let the Sun

La recensione di Don't Let the Sun, di Jacqueline Zünd, a cura di Franco Montini.

A tutti gli effetti un film di genere catastrofico, un classico disaster movie, ma, contrariamente al solito, coniugato in una dimensione privata ed intima, perché in questo caso non sono descritte spettacolari alluvioni, improvvise ed inarrestabili glaciazioni, esplosioni distruttive capaci di trasformare il profilo del pianeta e seminare orrore e morte. Semplicemente in Don’t let the sun si immagina che in un prossimo futuro la temperatura sulla terra raggiunga e superi i 50 gradi centigradi, impedendo ogni attività alla luce del sole. Le conseguenze di questo fenomeno non si riflettono tanto sull’ambiente, quanto piuttosto sulle persone. L’umanità è, infatti, costretta ad un capovolgimento delle abitudini: a dormire di giorno e a vivere di notte, frequentando al buio perennemente sotto la luce artificiale i luoghi di lavoro, le scuole, organizzando i divertimenti, compreso il bagno in mare, quando il sole è tramontato e la temperatura diventa sopportabile. L’emergenza si trasforma in routine. Ma questa nuova dimensione esistenziale, questa alterazione elementare del tempo quotidiano provoca delle inevitabili conseguenze sulla psiche dei singoli e nei rapporti umani. L’ondata di calore provoca non solo un immobilismo fisico, ma anche affettivo e sentimentale, costringendo tutti a vivere in una dimensione di isolamento pandemico. Questa dimensione è evocata da dialoghi rarefatti al limite del mutismo e soprattutto dalle scenografie centrate sulle immagini di metropoli desertificate, prive di presenze umane: città metafisiche, dove tutto tace. Le architetture del complesso Monte Amiata del quartiere Gallaratese di Milano, progettato da Carlo Aymonino e Aldo Rossi, comunicano perfettamente questa sensazione, così come i labirintici e geometrici edifici del complesso delle Lavatrici di Pra’ di Genova. E’ uno sguardo preciso quello offerto dalla gelida fotografia di Nikolai von Graevenitz che si armonizza con lo stile documentaristico della regista svizzera Jacqueline Zund alla prima esperienza nel cinema di finzione dopo numerose prove nel cinema del reale.

Ma in questa cornice scenica di grande effetto visivo ed emozionale, Don’t let the sun innesta un secondo tema, una seconda distopia intima: le relazioni umane a pagamento. Come nel recente Rental Family di Hikari, ma come era già accaduto, per citare un esempio italiano, in Una famiglia perfetta di Paolo Genovese (2011), anche qui c’è un’agenzia che fornisce delle copie umane. Uno dei dipendenti è Jonah, il cui lavoro consiste nell’interpretare, a beneficio dei richiedenti, figure di persone morte o in ogni caso scomparse, al fine di colmare assenze, combattere il dolore della perdita ed aiutare ad elaborare un lutto. Jonah non prova alcun imbarazzo a calarsi in panni altrui, forse perché, in realtà, non possiede una propria, autentica personalità. Ma qualcosa cambia quando una donna, madre single di una bambina di nove anni, nata grazie all’inseminazione artificiale, assume Jonah per calarsi nel ruolo del padre della piccola. Lei, Nika, non sente affatto l’assenza del genitore: “non mi serve un padre” dichiara immediatamente a Jonah, durante il loro primo incontro, e, tuttavia, un poco alla volta, la finzione rischia di far nascere dei sentimenti autentici. Implicitamente, senza suggerire risposte, Don’t let the sun pone una serie di interrogativi etici e morali: un affetto può nascere per contratto? E’ lecito, corretto ed onesto che la recita si trasformi in realtà?

Don’t let the sun è un film rigoroso e controllatissimo, forse perfino troppo, carico di simboli e di ambizioni, strutturato per brevi scene intervallate da immagini ricorrenti di cieli stellati. Nella messa in scena l’eccesso di freddezza, pur congeniale alla storia, rischia, tuttavia, di parlare più alla mente che al cuore dello spettatore e anche del critico, che avrebbe desiderato un pizzico di maggiore empatia.


di Franco Montini
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