The Long Walk

La recensione di The Long Walk, di Francis Lawrence, a cura di Nicolò Frasson.

Francis Lawrence, dopo Io sono leggenda e la serie di Hanger Games, quando annusa il dramma della condizione umana precaria si sente a casa. Cinquanta adolescenti rischiano la vita per svoltare le loro esistenze e vincere un premio in denaro con una sfida titanica: camminare finché riescono, in ogni caso più degli altri compagni; se si fermano vengono giustiziati. Qui la strada non è un mezzo, è il simbolo della vita stessa: metti in gioco una vita per i soldi, non puoi fermarti, arrivi fin dove puoi arrivare, lungo il cammino fai delle amicizie e poi anche le perdi, e alla fine non sei lo stesso di quando sei partito. Ed è ciclico. É inevitabile.

Visivamente, tutto insiste sulla sottrazione. La regia evita qualsiasi spettacolarizzazione. La strada si ripete, i paesaggi si assomigliano, l’orizzonte non promette nulla. Paesaggi aperti, ripetitivi, quasi ipnotici: la strada diventa un luogo mentale prima ancora che fisico. È una scelta che può apparire monotona, e in effetti lo è, ma consapevole. La monotonia non è un limite: è il dispositivo attraverso cui il film ti costringe a restare dentro l’esperienza, senza vie di fuga. Non c’è estetizzazione della fatica, né costruzione di momenti liberatori, solo claustrofobica continuità. È una scelta che appare “fredda”, ma che in realtà amplifica il senso di isolamento. Non c’è nulla a cui aggrapparsi. Né per i personaggi, né per chi guarda.

Il cuore del film sono proprio i marciatori, la videocamera è per la maggior parte su di loro, sulla vita che si restringe è diventa una marcia dove ci si scontra, si solidarizza, si fanno i bisogni primari, si cresce. Infatti, come la regia è stata abile a perseguire la via minimalista e di privazione degli eccessi di teatralità, la vera fatica di Ercole in fase di scrittura sono i dialoghi, vero motore del film.

Non è un prodotto facile. Il ritmo dilatato e la ripetizione possono respingere, così come l’assenza di una struttura narrativa tradizionale. Ma è una difficoltà coerente, quasi necessaria. Non cerca di essere accessibile, cerca di essere fedele alla propria idea: trasformare lo spettatore in testimone di un processo, più che in fruitore di una storia, e giocare sulla tensione emotiva crescente, costante che spettatore e personaggi condividono sempre di più.

Sotto la superficie, il film lavora su un’idea di competizione che viene lentamente svuotata. Vincere non è un traguardo, ma un’ulteriore sottrazione finale. Più si va avanti, più diventa chiaro che il vero tema non è chi resiste di più, ma cosa si perde nel tentativo di farlo. In questo senso, The Long Walk evita qualsiasi retorica eroica: non celebra, mostra la sottrazione perpetua dell’esistenza umana. Talvolta la morte è l’unica via di fuga, e vincere da solo significa perdere.

È piuttosto un manifesto sulla resistenza dell’identità, su quanto a lungo una persona riesca a rimanere sé stessa quando tutto intorno le impone di diventare altro. Il film cerca la propria indipendenza dal libro per tematica e finale, ma lo fa egregiamente, spostando leggermente il baricentro verso la ribellione però senza prevaricare sul significato originale: non importa chi tu sia, non importa quanto tu sia forte, la vita per come ti è stata imposta lo è più di te. Ciò che puoi fare è migliorare, non restare mai fermo, sia letteralmente che in senso lato. Farlo, implica essere sconfitto. Curioso, infatti, che i personaggi che avevano dei vuoti e hanno cercato di colmarli lungo il cammino siano morti con il sorriso, mentre gli imperturbabili, i perfetti, i “fermi”, sono quelli ad averci perso di più. Lodevole il finale spiazzante che richiama il tema originale di King. Alla fine, ciò che rimane non è tanto una sequenza di eventi, quanto una sensazione persistente. Come se il film avesse spostato qualcosa nel modo in cui percepisci il tempo, la fatica, il limite. E quella sensazione continua, anche dopo. Come un passo che non si interrompe davvero.


di Nicolò Frasson
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