Il silenzio degli innocenti

La recensione de Il silenzio degli innocenti, di Jonathan Demme, a cura di Francesco Maggiore.

Torna nelle sale Il silenzio degli innocenti,  il capolavoro di Jonathan Demme, a 35 anni dal suo trionfo agli Oscar. Un film  che ha scardinato un genere: quello del thriller procedurale, elevato in maniera sorprendente ai topoi della tragedia classica. Le interpretazioni di Anthony Hopkins e Jodie Foster, rivelano momenti di tensione catartica e insostenibile. I loro volti emergono dai primi piani schiacciati continuamente da un’atmosfera tesa e carica a livello emotivo e claustrofobico.

E’ un mondo terribile, oscuro e cupo quello messo in scena da Demme, dove è l’elemento maschile (e maschilista) a predominare: dalle gerarchie dell’FBI passando al serial killer Buffalo Bill (villain come motore narrativo), fino al temibile dottor Hannibal “The Cannibal” Lecter (il vero antagonista della storia). Paradossalmente, è proprio quest’ultimo, lo psichiatra antropofago, a rappresentare il fattore più ambiguo e per questo intellettualmente più pericoloso per la protagonista, Clarice Starling, impavida agente del Bureau.

Il loro legame, diviso nettamente tra investigazione e informazione, sfocia in un accordo di scambio reciproco (il Quid pro quo), con una progressione sotto forma di tetra psicoanalisi. Il silenzio, spesso vero propulsore della pellicola (non solo nel titolo) crea un’estenuante attesa verso la ricerca della verità, che poi esplode in una fragorosa e improvvisa violenza.

Il terrore è psicologico e geometrico in una maniera raffinata, per come viene reso sia dalla regia di Demme, ma anche dalle interpretazioni iconiche dei suoi protagonisti. La struttura del romanzo omonimo di Thomas Harris viene sviscerata in ogni singolo fotogramma attraverso la scrittura sottrattiva di Ted Tally, dove il ribrezzo cresce nella mente e nella visione dello spettatore attraverso l’immaginazione.

La stessa colonna sonora di Howard Shore genera per tutta la durata della pellicola un clima inquietante e opprimente dove non c’è spazio per la luce, ma solo per l’ineluttabile scontro tra preda e predatore. E la trasformazione diventa reale, cioè quello di Clarice per la sofferenza degli agnelli (dal titolo originale), diventa forza assoluta nel finale.

E se Anthony Hopkins ha regalato come villain quella che è una delle performance leggendarie a livello cinematografico, Jodie Foster è la sua controparte taciturna ma altrettanto determinata nella sua scoperta di quello che è il simbiotico e conclamato mostro. Il Silenzio degli Innocenti rimane il paradigma di come il cinema possa esplorare gli angoli più bui della condizione umana senza rinunciare alla precisione estetica. Rivederlo oggi significa riscoprire che il vero orco non è quello che urla nell’ombra, ma colui che ti sorride con cortesia da dietro un vetro. Tutto questo offre una verità indicibile sull’essere umano che nessuno vorrebbe mai conoscere davvero.


di Francesco Maggiore
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