Don Chisciotte

La recensione di Don Chisciotte, di Fabio Segatori, a cura di Gianlorenzo Franzì.

Mettere mano al Don Chisciotte della Mancia di Cervantes per portarlo su grande schermo non è cosa da poco: per quanto il libro sia uno dei romanzi più venduti di sempre (intorno ai 500 milioni di copie, insieme alla Bibbia e al Libretto Rosso di Mao, tra i testi più letti nella storia dell’umanità), l’hidalgo è un personaggio che porta addosso a sé una specie di maledizione, al cinema.

Se da una parte c’è il Don Chisciotte e Sancho Panza di Giovanni Grimaldi del 1968, dall’altra ci sono il progetto mai finito di Orson Welles e il progetto di Terry Gilliam considerato uno dei film più maledetti della storia del cinema, avendo richiesto quasi 20 anni di produzione a causa di disastri naturali, problemi finanziari e legali, e abbandoni del cast, subendo alluvioni, infortuni e liti giudiziarie.

Ma a Fabio Segatori sembra non importare e affronta il film con battagliera naïveté, immergendo don Alonso Quijano negli splendidi scenari di Calabria, Basilicata e Sicilia. Il risultato è un film che per tutta la prima parte ha più pregi che difetti, su tutti il tono drammaticamente comico -o comicamente drammatico- di un uomo che deluso da un mondo che non riconosce più decide di adottare uno sguardo non trasversale ma completamente personale, ai limiti del delirio. In questo, Alessio Boni intercetta le corde giuste e restituisce una delle prove più convincenti della sua carriera: la sua recitazione in sottrazione si sposa perfettamente con la dimensione tragica del personaggio a cui presta uno sguardo in bilico tra ossessione e disperata malinconica, tra tormento interiore e integrità, ed è proprio per lui che questo Don Chisciotte sembra essere almeno all’inizio la trasposizione più convincente di sempre.

Il problema nasce nella seconda metà del film, quando la reinvenzione della linea narrativa (che nei due libri è basata su episodi frammentati) produce uno stallo di ritmo: la permanenza dei due personaggi principali nel castello perde fiato e ritmo, ed evidenzia una regia particolarmente anonima e molto cheap in diversi passaggi. Anche nel finale, dove gli insistiti primissimi piani vorrebbero creare emozione.

Un film riuscito a metà, che avrebbe potuto aspirare a molto di più: peccato, specialmente per una colonna sonora originale centrata ed efficace, e soprattutto per la fotografia ce non fa perdere nulla delle meravigliose location scelte.


di Gianlorenzo Franzì
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