L’amore che rimane
La recensione di L'amore che rimane, di Hlynur Palmason, a cura di Mariella Cruciani.
“Loro, per divertirsi, intendono agitarsi il più possibile. Io volevo godermi il tempo: guardavo e osservavo” dice una donna di Operai, contadini (2001), film di Straub-Huillet tratto da Donne di Messina di Elio Vittorini. Il desiderio espresso dal personaggio femminile di mettersi comoda e di sentire gli altri nonché di scambiare occhiate con qualcuno costituisce un viatico perfetto alla visione di L’amore che rimane del regista islandese Hlynur Palmason.
Per entrare nel film è necessario, infatti, abbandonare le modalità e i tempi di relazione usuali e concentrarsi su silenzi, sguardi, paesaggi, attese, suoni e sensazioni. Palmason ci conduce per mano in una landa islandese selvaggia: qui, in una fattoria isolata, vivono Ana, Magnus e i loro tre figli, due gemelli maschi e una femmina. Lei gestisce la casa e realizza opere d’arte visuali, lui lavora come pescatore d’altura, i ragazzini scoprono il mondo e fanno giochi pericolosi….
Anche se sono in procinto di separarsi, Ana e Magnus sono molto uniti nel prendersi cura dei figli e, insieme a loro, conducono una vita semplice, legata alla terra e alle stagioni. In questo microcosmo isolato esteriormente non accade nulla: al massimo, assistiamo a gite sui monti, attraversiamo ruscelli, inseguiamo galli e cani. Tutta la prima parte del film appare come un elogio della famiglia, anche in crisi, e della vicinanza alla natura.
“Non servono tranquillanti o ideologie: ci vuole un’altra vita”, cantava Battiato e questo sembra essere, all’inizio, anche il messaggio di Palmason. Nella seconda parte, però, le cose prendono una piega diversa e più problematica: l’idillio bucolico sembra entrare in crisi e ogni personaggio, nonostante l’amore che resta, deve fare i conti con se stesso e la propria complessità.
Stesso tipo di duplicità caratterizza lo stile del film: da una parte, un approccio quasi documentaristico, specialmente nelle scene ambientate in mare, dall’altra, l’evasione in momenti lirici o onirici, come il sogno con il gallo gigante. Il risultato finale è un’opera frammentata, simbolica, fortemente personale, proprio come le opere di Ana che non trovano facilmente riscontro.
Palmason sceglie i propri figli per interpretare i tre ragazzi, a riprova di quanto quest’opera sia particolarmente sentita: non manca, certo, l’ispirazione ma, soprattutto nel finale, si avverte un eccesso di simbolismi e di analogie audaci.
di Mariella Cruciani