Festival del cinema tedesco
Una panoramica a cura di Roberto Baldassarre.
La sesta edizione del Festival del cinema tedesco, kermesse cinematografica creata da German Films Gmbh, con la collaborazione dell’Ambasciata della Repubblica di Germania a Roma, il Goethe-Institut Rom e, per il secondo anno, con il supporto dell’Accademia Tedesca Roma Villa Massimo, si è svolta dal 19 al 22 marzo presso il Cinema 4 Fontane. Quattro intensi giorni di proiezioni (lungometraggi e cortometraggi) e incontri con gli autori che hanno confermato la vivacità della produzione tedesca. La congrua selezione filmica, composta da dieci lungometraggi e undici corti, è stata curata dalla giuria formata da Martina Barone, Nicoletta Romeo e Fabio Tucci. Ciò che si è brillantemente desunto è la costante originalità filmica e narrativa, oltre che un attento sguardo cinematografico, sociale e politico di ogni autore. Ventuno riflessioni che hanno spaziato dai sentimenti interpersonali fino all’incerto presente, attraverso un variegato uso di stili narrativi e tecnici.
L’edizione di quest’anno è stata inaugurata dal film Gavagai (2025) di Ulrich Kölher e con Maren Eggert, presente alla kermesse. Film meta-cinematografico che arricchisce, con una singolare prospettiva narrativa, una nutrita lista di pellicole ambientate sul set cinematografico. Il film di Kölher si potrebbe situare, per gli sviluppi narrativi ed emotivi, tra il giocoso girotondo Effetto notte (La nuit américaine, 1972) di François Truffaut e il frustrato Attenzione alla puttana santa (Warnung vor einer heiligen Nutte, 1971) di Rainer W. Fassbinder. La rivisitazione in chiave contemporanea – ma con accenni di costume arcaici, pasoliniani – di Medea si plasma su quanto accade nella vita reale. La tragica liason amorosa tra l’occidentale Medea e l’africano Giasone è specchio converso della relazione tra i due rispettivi protagonisti: l’europea Maja (Maren Eggert) e il senegalese Nourou (Jean-Christophe Folly). Tra spezzoni di film realizzato (la parte finale) che fanno sorgere la voglia di vedere per intero questa fittizia rivisitazione euripidea, subdolo razzismo occidentale, stoccate cinefile (la regista pare plasmata su Claire Denis) e incomprensioni amorose, Gavagai offre una plurima riflessione sul cinema come strumento artistico per rappresentare la realtà affettiva e sociale. Ma tutte queste dolenze sono riscattate dal finale liberatorio, nato proprio da un casuale accadimento sul set.
Altrettanto singolare The Frog and the Water (Der Frosch und das Wasser, 2025) di Thomas Stuber. Una piacevole favola tra Buddy Movie e Road Movie formativo. Una giusta fusione tra L’ottavo giorno (Le huitième jour, 1996) di Jaco Van Dormael e L’estate di Kikujiro (Kikujirō no natsu, 1999) di Takeshi Kitano, in cui due figure umane agli antipodi, geograficamente e caratterialmente, s’incontrano e sanano le loro paure e la loro solitudine. Un viaggio iniziatico, tra Germania e Svizzera, nel quale il ragazzo affetto da Trisomia 21 Buschi (Aladdin Detlefsen) e il giapponese Kitamura (Kanji Tsuda) vivono buffe situazioni come fossero due turisti adolescenti, mentre gli altri (la società) li guardano con incredulità e pregiudizio. Una giocosa commedia (il classico topoi cinematografico del giapponese silente e con occhiali da sole scambiato inizialmente per uno yakuza) che però serba nella trama una delicata disamina sulla resilienza e di come la diversità, fisica e culturale, sia soltanto un preconcetto sociale. The Frog and the Water nel suo fluireè un inno all’amicizia, all’unione e alla libertà.
Altrettanto formativo, ma con un cupo sfondo narrativo, Short Summer (Korotkoe leto, 2025) di Nastja Korkija, autrice russa esule in Germania. La regista, co-sceneggiatrice assieme a Michail Bušakov, trae ispirazione dalla sua infanzia e attraverso il classico bildungsroman estivo affronta la realtà cecena e le tese relazioni familiari. La piccola protagonista Katja (Maija Pleškevič) vive appieno la sua infanzia, giocando nell’agreste mondo campagnolo con gli altri coetanei, ma già deve affrontare il duro e crudo presente: la guerra, la morte, la caducità dei sentimenti e altre brutture del mondo. Tutto costruito con singole scene fisse, filiazione di uno sguardo documentaristico e per rimarcare l’asprezza del presente, Short Summer fa un proficuo uso delle metafore, in particolare in riferimento alla morte, come ad esempio nella scena in cui Katja ha un primo contatto con la finitezza della vita (il moscone morto) o, ancor meglio, quando la vediamo seppellire dei fiori in una “bara di vetro”, infantile epicedio che al contempo attesta la fine dell’estate e omaggia questo breve momento di ultima spensieratezza. Non c’è happy end, come si ascolta dal notiziario radio sull’evolversi della guerra e dal gioco di Katja, che riporta alla mente il finale di Germania anno zero (1947) di Roberto Rossellini.
Film di chiusura di questa sesta edizione, e che ha vinto il Premio del pubblico, è stato The Good Sister (Schwesterherz, 2025) di Sarah Miro Fischer, al suo esordio nel lungometraggio. Un teso dramma familiare incentrato sulla stretta relazione tra due fratelli, Rose (Marie Bloching) e Sam (Anton Weil), che diviene incerto dopo l’accusa su un presunto stupro in cui sarebbe coinvolto il fratello. Un tema delicatissimo, in particolare dopo il #metoo, che la regista, anche sceneggiatrice assieme ad Agnes Maagaard Petersen, usa per scrutare i dubbi e le incrinature affettive che sorgono nella protagonista, fragile ragazza che ha sempre reputato il fratello unica conferma della sua vita. La Fischer mantiene per tutto il film, a livello narrativo e visuale, l’ombra del sospetto, proprio perché è difficile, in certi casi, valutare una vicenda mettendo da parte i sentimenti.
In parallelo alla programmazione dei lungometraggi, anche quest’anno c’è stata la sezione Next Generation Short Tiger, composta da ben undici cortometraggi. Una variegata panoramica in formato breve che ha fornito ulteriori ragguagli sulla vivezza produttiva, innovativa e inclusiva della cinematografia tedesca. Piccole opere che, come i lungometraggi, non si soffermano soltanto sulla realtà del proprio Paese, ma espandono il proprio sguardo riflessivo oltre confine, affrontando temi come la memoria, la guerra, il gender, la resilienza, la malattia e i rapporti interpersonali. Tematiche affrontate tramite found-footage, narrazione classica, découpage filmico e animazione. Spiccano in questi undici originali lavori un quartetto di cartoons d’indole favolistica ma diversissimi nel tratto animato prescelto. Pear garden (2024) dell’iraniana Shadab Shayegan affronta, utilizzando una narrazione delicata e un’animazione desunta dall’infanzia, la scoperta di una bambina della malattia (mastectomia) della nonna. Altro cartoon incentrato sulla malattia è Do Something (2024) di Sofija Zivkovic. Sulla falsariga di Inside Out (2015) di Pete Docter e Ronnie del Carmen, tra toni goliardici e illustrazione didattica il corto affronta la depressione. Realizzato usando carta e Stop Motion, Recordari (2024) di Carolina Cruz è un corto d’animazione che rievoca la dittatura cilena. L’allegra infanzia di due bambine è spezzata dalla violenza della milizia di Pinochet. Anche a distanza di decenni, è sempre necessario ricordare quanto accadde. Di tutt’altro tono Balkone (2024) di Xenia Smirnov, un colorato e danzante short animato sulla bizzarra fauna umana affacciata alle finestre di un condominio.
di Roberto Baldassarre