Ghost Elephants
La recensione di Ghost Elephants, di Werner Herzog, a cura di Emanuele Di Nicola.
L’impresa folle, il gesto herzoghiano è ormai nella Storia del cinema. Un atto limpido e riconoscibile, che si replica da decenni sempre uguale eppure diverso, nella forma documentaria che lo stesso Herzog ha inventato, nelle spire del doc secondo lui. È solo l’ultima tappa Ghost Elephants, presentato fuori concorso all’ultimo Festival di Venezia – con Leone alla carriera al regista – che arriva in streaming su Disney+ dall’8 marzo 2026, purtroppo saltando la sala ma per fortuna offrendosi allo sguardo.
Chi sono gli elefanti fantasma? Werner Herzog, insieme al ricercatore visionario e tenace Steve Boyes e con gli ultimi tracker boscimani, si lancia all’inseguimento degli esemplari in Angola. Esistono davvero? Secondo la leggenda, i pachidermi sarebbero i mitici discendenti dell’elefante Henry, il più grande animale vivente abbattuto nel 1955 e ora esposto al museo. La ricerca inizia, dunque, senza averne attestato di fatto l’essenza, in altre parole forse quegli uomini stanno solo inseguendo degli spettri.
Nello specifico, Boyes costituisce una squadra col collega Kerllen Costa, esploratore di National Geographic, in collaborazione con i tre maestri tracciatori KhoiSan Xui, Xui Dawid e Kobus, con l’obiettivo di stabilire se gli animali giganti sono veramente rintracciabili, in senso etimologico, ossia se si può trovare una loro traccia mai riscontrata finora da alcuna tecnologia. Herzog scrive e dirige il film, all’età di 82 anni, mettendosi anche nella posizione di voce narrante: come sempre seguiamo il suo filo, l’inglese venato di tedesco ci conduce nell’avventura impossibile.
Il viaggio nella Natura angoliana viene costellato da scoperte e riflessioni. Forse gli elefanti fantasma sono solo una chimera o perfino un ricordo, un’immagine del passato come del resto può diventare ogni animale compreso l’uomo, l’unico che si fa la guerra; il percorso quindi forma una riflessione proprio sul Sogno, con la maiuscola, sulla necessità insopprimibile di continuare a sognarlo senza dissolverlo all’alba. A un certo punto però interviene un clamoroso colpo di scena: il fantasma viene catturato dal video digitale di un cellulare, un frammento “brutto” eppure fondamentale. La parabola giunge a una soluzione.
Ma davvero la realtà è migliore del sogno? Lo studioso ci riflette guardando un arcobaleno, evocando il dubbio inestricabile su quale sia la dimensione da preferire. Così Herzog ritrova la sua Fata Morgana, il miraggio nel deserto. Ghost Elephants si offre allora come continua riflessione sui destini della Natura, come intimo intreccio tra occidentali e angolani, come melodia umana di imitazioni e lingue gutturali. L’elefante non è il punto, ma la virgola lungo il cammino. Prodotto da National Geographic, con le musiche del Coro Sacro di Orosei. Da qualche parte intorno al capolavoro. Il sogno herzoghiano continua.
di Emanuele Di Nicola