Giulio Regeni – Tutto il male del mondo

La recensione di Giulio Regeni - Tutto il male del mondo, di Simone Manetti, a cura di Michela Manente.

Un po’ più di verità per Giulio Regeni è forse uno degli obiettivi del docufilm firmato da Simone Manetti, il regista attento ai temi sociali e politici (Marta Russo, il giovane Berlusconi, Achille Lauro, Pippa Bacca). Il montaggio di Giulio Regeni – Tutto il male del mondo risulta frammentato e “sporco” ma solido nella documentazione che Enzo Pompeo ha utilizzato grazie all’operazione di ricerca.

I veri protagonisti di questo coraggioso documentario, sceneggiato da Emanuele Cava e Matteo Billi, distribuito da Fandango e prodotto da Ganesh Produzioni, sono tre “entità”: il ventottenne ricercatore di Cambridge, che appare in alcuni filmati registrati su richiesta da chi voleva spiare e incastrare il giovane friulano, i genitori via via più bisognosi di conoscere la verità per realizzare i principi di giustizia della nostra democrazia e gli esecutori del sequestro e della sua uccisione, i “grandi” assenti ma presenti con le loro torture mostruose descritte nel film. La pellicola restituisce il periodo delle dittature in Egitto quando, caduto il regime militare, il nuovo presidente Abdel Fattah al-Sisi si accingeva a coprire, ma non a porre fine, i crimini del predecessore Mubarak e con una barbara azione dei servizi segreti eliminava ogni possibile minaccia per il suo regime, anche chi stava svolgendo una ricerca universitaria sulle unioni libere dei sindacati dei venditori ambulanti.

I depistaggi e il processo della Corte d’Assise del Tribunale di Roma colorano la pellicola del genere del cinema giudiziario ma qui l’aula è vera (l’avvocata Alessandra Ballerini della famiglia Regeni commenta ogni passaggio sull’avanzamento sulle indagini) e i politici italiani, nei dieci anni di questa storia (il 3 febbraio 2015 è la data del ritrovamento), si susseguono pretendendo nelle relazioni internazionali una verità che ancora non è stata pronunciata dal giudice ma che ha colorato di giallo i palazzi municipali e i cortei per la mobilitazione civile. Manetti mette assieme i molti pezzi, alcuni mancanti, del puzzle sulla morte di Regeni ma documenta anche i luoghi della vicenda, la periferia della capitale dove la vita è difficile e la legalità non è assicurata, piazza Tahrir, luogo delle manifestazioni ogni 25 gennaio, ricorrenza della primavera araba, l’appartamento di Giulio, e soprattutto le strade trafficate di giorno e di notte e i mercati caotici e illegali.

Ne esce un ritratto di un Paese complottista che ha tentato di nascondere i fatti, ha demonizzato l’Italia e le manifestazioni pubbliche pro Regeni, fino a inventare una storia di giustizia con cinque malcapitati che non era coinvolti nella vicenda ma hanno perso la vita e sono stati incolpati dei reati. Se il perché, non accettabile in uno Stato di diritto, è stato raccontato grazie alle testimonianze sfilate nell’aula di tribunale, il come quell’atto sia stato perpetrato è inaccettabile per una democrazia, tanto da far dire a una madre, pensando a quel figlio mai più visto e sintetizzando la tragedia familiare e umana, che a quel ragazzo è stato fatto “tutto il male del mondo”.


di Michela Manente
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