Le cose non dette

La recensione di Le cose non dette, di Gabriele Muccino, a cura di Guido Reverdito.

Se siete degli estimatori del cinema di Gabriele Muccino (soprattutto della prima ed esclusivamente italiana parte della sua produzione, da Come te nessuno mai a Baciami ancora passando per il grande successo internazionale de L’ultimo bacio), allora non dovete assolutamente perdervi Le cose non dette, autentica summa e in parte anche celebrazione autoreferenziale di un modo di raccontare storie che lo ha fin dagli esordi convertito in uno dei più attenti interpreti dei travagli interiori dei maschi italioti in crisi di identità, ma anche della fragilità della vita di coppia vista come un condensato transgenerazionale di gioie e dolori assortiti.

Carlo Ristuccia (più di un nome omen e spia d’allarme immediata, visto che Silvio Ristuccia era il nome del personaggio interpretato da Silvio Muccino in Come te nessuno mai) è un docente universitario di filosofia morale divenuto famoso grazie a un solo romanzo ma al momento nel pieno di una crisi di ispirazione da secondo libro. Accanto a lui c’è Elisa, sua moglie, giornalista molto nota della versione italiana di Vanity Fair, i cui pezzi varcano spesso i confini nazionali. Nonostante il prestigio professionale, anche lei sta però attraversando una fase di stallo creativo: al punto che il direttore della rivista (che nel film ha le fattezze del vero direttore di Vanity Fair) le suggerisce di prendersi una pausa, concedendosi un viaggio capace di offrirle uno sguardo nuovo sulla realtà che la circonda. Anche sul piano della relazione di coppia le cose non vanno meglio: intrappolati in un dolore silenzioso dovuto all’impossibilità di avere figli, tra i due c’è adesso un solco non facile da colmare.

La scelta ricade sulla solarità accecante di Tangeri, meta condivisa con un’altra coppia: Paolo, amico storico di Carlo, ristoratore di successo e padre poco presente, e Anna, moglie dominante, isterica e perennemente in allarme. Con loro viaggia anche la figlia tredicenne Vittoria, che sviluppa un’attrazione più che scoperta nei confronti di Carlo (destinata a culminare in una scena già al centro di accese polemiche nella quale l’attrazione si converte in forte pulsione sessuale). L’equilibrio già precario del gruppo viene però sconvolto dall’arrivo inatteso in Marocco di Blu, studentessa di Carlo, che da otto mesi ha con lui una relazione proibita (al punto da attendere un figlio da lui), ma anche figura superficialmente nota al resto del gruppo perché si mantiene agli studi facendo la cameriera in una trattoria che i quattro frequentano abitualmente.

Le cose non dette è l’adattamento piuttosto fedele del romanzo Siracusa scritto nel 2016 da Delia Ephron (autrice dello script a quattro mani con Muccisno stesso nonché sorella della più nota regista Nora), che aveva al proprio centro la detonazione emotiva delle vite di due coppie di americani sotto il sole di Sicilia. Partendo da quel romanzo, Muccino costruisce qui una sorta di bignami di lusso del proprio cinema, richiamando esplicitamente e in più aspetti L’ultimo bacio: torna infatti il tema del tradimento, messo in atto da un uomo insicuro e autoreferenziale ai danni di una compagna irreprensibile, vissuta come una minaccia più che come un sostegno. Venticinque anni dopo quel tradimento fatale con la lolita Martina Stella, anche qui è di nuovo Stefano Accorsi a incarnare il ruolo del fedifrago narciso e incapace di resistere alle sirene della giovinezza e alle adulazioni di una bellezza in fiore che regala puntelli di certezze a un ego sull’orlo del collasso. E come se tutti i riferimenti interni a quel grande successo del 2001 non fossero sufficienti a palesarne il tributo referenziale, ricompare persino il simbolismo del libro condiviso dagli amanti, eco evidente del Siddharta che ne L’ultimo bacio era un veicolo simbolico di connessione tra i due amanti.

Aldilà dei riferimenti interni, il film mette in scena l’intero campionario dell’universo di Muccino: una regia fibrillata come il tracciato di un elettrocardiogramma fuori controllo, recitazione sempre sospesa tra l’isterismo urlato e l’affanno tachicardico, scontri verbali sempre ai limiti della violenza aggressiva con uomini incapaci di maturare e figure femminili autoritarie che sottraggono i figli ai padri, depotenziandone il ruolo. Tuttavia, grazie probabilmente alla solidità dell’impianto narrativo del romanzo di partenza, questi elementi si ricompongono in un affresco tragicomico più ampio, che racconta una generazione smarrita, soprattutto maschile, priva di una bussola esistenziale. Al tutto poi si aggiunge che i personaggi di Blu e della tredicenne Vittoria dilatano il tema centrale del tradimento allargandone i confini meramente sentimentali: l’adulterio di Carlo nei confronti della moglie non è solo una questione di cuore e di carne in subbuglio, ma diventa un tradimento a livello generazionale, perché a perpetrarlo è il rappresentante fragile e confuso di tutti quei cinquantenni di oggi, carnefici inconsapevoli non solo dei ventenni precari e senza un’illusione di un futuro possibile (rappresentati da Blu), ma addirittura anche dei preadolescenti cresciuti troppo in fretta grazie alle trappole della rete (incarnati in questo caso dalla tredicenne Vittoria), e giudici severi dell’inadeguatezza dei propri genitori.

All’interno di questo teatrino di pupi elettrificati, Accorsi interpreta una versione traballante di maschio alfa, ossessionato dal culturismo e frustrato nel suo desiderio di affermarsi come romanziere ma anche come maestro di vita dei propri studenti. Claudio Santamaria è invece l’emblema del maschio beta subalterno, continuamente umiliato all’interno delle mura domestiche da una moglie isterica che lo castra simbolicamente in tutto. Carolina Crescentini dà vita a un’Anna volutamente caricaturale, aggressiva e sempre sopra le righe, mentre Miriam Leone costruisce un’Elisa dal dolore quasi sacrificale. Tutto contribuisce alla coreografia grottesca orchestrata da Muccino, accompagnata da una colonna sonora che alterna (in maniera quanto mai appropriata) arie d’opera alla suggestiva colonna sonora di Paolo Buonvino, con Tuta gold di Mahmood a fare da suggello finale della desertificazione interiore e in parte anche della superficialità dell’era in cui viviamo.

Il personaggio meno riuscito è Blu: non per limiti interpretativi di Beatrice Savignani (comunque meno travolgente come appeal fisico e potenzialità seduttive di quanto non fosse Martina Stella ne L’ultimo bacio), ma per un disegno drammaturgico del personaggio fin troppo bidimensionale che trasforma la complessità emotiva di una ventenne contemporanea in un concentrato di luoghi comuni. Al contrario, il vero fulcro emotivo del film è Vittoria cui la sorprendente Margherita Pantaleo regala con la naturalezza di una veterana una sincerità disarmante che mette a nudo tutte le ipocrisie degli adulti. Il personaggio è volutamente enigmatico, ma la piccola attrice esordiente riesce a renderlo limpido, trasformandolo nel metro di giudizio morale dell’intera vicenda.

La macchina da presa pedina i sei personaggi (in cerca di se stessi più che di un autore) con un’inquietudine quasi persecutoria, catturandone il vagabondare privo di direzione e il battito irregolare, con un ritmo frenetico che porta l’azione ad avvolgersi su se stessa più che ad avanzare. Muccino la dissemina di autocitazioni scoperte che vanno aldilà anche de L’ultimo bacio, senza però risparmiare una condanna severa verso quanti non hanno il coraggio di scegliere, lasciandosi trascinare verso il proprio destino di adulti eternamente immaturi, condannati a una solitudine finale priva di appello.


di Guido Reverdito
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