Gorgonà
La recensione di Gorgonà, di Evi Kalogiropoulou, a cura di Carmen Albergo.
Al via la 40ma Ed. della SIC.Settimana Internazionale della Critica, sezione autonoma e parallela alla Mostra del Cinema di Venezia, storico e prestigioso trampolino di lancio d’autori emergenti e sconfinamenti immaginari. Tra le sette opere prime di un concorso ben orientato al female gaze, spicca l’esordio della regista Evi Kalogiropoulou, che con Gorgonà, co-produzione franco-greca, ha già guadagnato la preliminare segnalazione “da tenere d’occhio” sul Film Tv – speciale kermesse Veneziana.
Non a caso Gorgonà evidenzia sin da subito tracce elettive con passate selezioni, come d’impatto la contestualizzazione distopica, post apocalittica industriale di una regione marittima, un tempo civiltà di pescatori, caduta sotto una gerarchia violenta e tribale, eco del Mondo cane di Alessandro Cerri, presentato alla Sic 2021. Tuttavia, in questa fantomatica Città-Stato, dominata dalla sopraffazione e lotta per la sopravvivenza attorno al petrolio, risorsa unica e in esaurimento, non v’è alcuna traccia di una infanzia di resistenza ribelle, non vi è alcuna speranza di generazioni future, mentre di contro si notano strategicamente sparse negli arredi di negozi sudici, spaccio di sostanze illecite, giocattoli d’altre epoche esposti alle pareti impolverate, come nelle case zeppe di suppellettili, risaltano tappezzerie esotiche, immagini sbiadite di sorridenti Pin Up e effigi di Madonne, parimenti icone di una oggettivazione materialista, ancorchè edulcorata, di una società protoconsumistica del corpo femminile.
Il rimpianto della dissimulazione della degradazione, che ancora potrebbe alleviare la mortificazione di “servire”, la sussurra con arrendevolezza una giovane cameriera (quando già il prologo ha spettacolamente illustrato la riduzione delle donne ad (ab)uso e merce di scambio commerciale) ”trovando divertimento in piccole cose”, quali il cibo, ormai tossico, decorato come un orsetto rosa stramazzato nel piatto, cosa che conferisce al film, già dal mood psichedelico, picchi kitsch e smussamenti grotteschi alla Harmony Korine, a cui il manifesto della nuova Sic fa esplicito tributo. Questo è il qui e ora di Maria, protagonista di Gorgonà, unica donna ad indossare abiti militari rispetto a tutte le altre che, nel manicheismo estremo, non possono che vestire gli stracci di donne di strada, cruda carne di piacere e sottomissione. Maria non solo è eccezionalmente ammessa nella armata locale di giovani corpi scolpiti, tatuaggi e catene, addestrati alla maschilista fratellanza, ma è anche in lizza per succedere al loro leader Nikos, che pare averla già designata, a dispetto dei suoi seguaci. Nell’agnizione dei suoi precedenti peccati, Nikos percepisce che in Maria giace una furia dalle scendenze sovraumane e investendola della propria protezione confida di continuare a tenerla in pugno… novello Perseo con la testa di Medusa (notevole la sovversione dell’epilogo mitologico nella scena in cui, con la gorgone tatuata sull’addome, Nikos sfogherà la sua ira per la perdita d’onnipontenza).
Programmaticamente Kalogiropoulou richiama nel titolo il mito della Gorgone più nota, Medusa dallo sguardo pietrificante, così maledetta da Atena per essersi unita a Poseidone nel suo tempio, a sostegno della portante dicotomia tra concessione e dominazione della sensualità nel conflitto di potere su cui regge il film. Maria, nei primi piani dall’alto, con l’indomita capigliatura a “tentacoli” sciolti, muta il mostro in una sorta di super- giustiziera, ignorando che prima di ogni altra metamorfosi, necessita di essere salvata proprio da se stessa e dalla sua introiezione dello sguardo maschilista, quale ingannevole riscatto (qualcosa che purtroppo ancora oggi nessun movimento femminista è riuscita bene a denunciare nella società delle pari opportunità e che ci porta dalle parti splatter e perturbanti di Emilia Perez di Audiard e The Substance di Coralie Fargeat: smettere lo sguardo de-umanizzato. Ed è qui che funge da imprescindibile contraltare il personaggio di Eleni, carnale sirena dal canto domato, trofeo d’ostentazione di Nikos, padrone di vita e di morte, a cui Eleni finge di sottostare nel soppruso erotico, ma unica vera coscienza narrante del film, non vi si allineerà mai, cercando di insinuarsi in Maria come via di riconciliazione col suo essere forza sanante, non letale (quello che certe versioni del mito fanno sgorgare dal sangue guaritore di Medusa). Ma la testa di questa Gorgone non deve ancora cadere! E forse il cinema di queste coraggiose autrici aiuterà ad agevolare tempi più maturi.
di Carmen Albergo