Dangerous Animals
La recensione di Dangerous Animals, di Sean Byrne, a cura di Gianlorenzo Franzì.
Nel 1975 Lo Squalo di Spielberg ha -oltre a tutto il resto- consegnato la figura del pesce dentato come mostro affamato di carne umana: dopo cinquant’anni esatti il terzo film di Sean Byrne, Dangerous Animals, riporta gli squali sugli schermi estivi ma pure utilizzandoli come spauracchio cerca di redimerli, capovolgendo la figura di “mostro”. Byrne è bravo e si sa, almeno dal suo Devil’s Candy, e questo film lo dimostra perchè è un piccolo ma complesso e affascinante esercizio di stile: un’ora e trentotto minuti che sembrano molto meno, per la capacità del regista di far fluire il racconto ma anche per a straordinaria esilità della trama. Che si regge su Tucker (Jai Courtney bravissimo, abbastanza originale anche quando in vestaglia di raso sembra riecheggiare il Buffalo Bill del capolavoro Silence of the Lambs), uno psicopatico a cui piacciono i giochi sadici e mortali da condurre sulla sua barca per turisti in cerca di emozioni forti.
Le stesse emozioni forti che troverà il pubblico, perché Dangerous Animals è una carneficina, grondante sangue e frattaglie letteralmente, davvero spietata che toglie il fiato- seguendo la lezione di Hitchcock, secondo cui se il pubblico sa che c’è una bomba sotto un tavolino sarà più in tensione come se invece non ne fosse a conoscenza. E allora la sceneggiatura dello stesso Byrne con Nick Lepard (nome fresco fresco che non per niente ritroveremo in futuro nel nuovo film di Oz Perkins, Keeper) non lesina in nulla e non nasconde niente, anzi costruisce sul corpo della protagonista Hassie Harrison un gioco al massacro sfinente, una spirale che sembra riavvolgersi e ricominciare senza soluzione di continuità, e senza paura di annoiare chi guarda.
Morboso e a tratti disturbante, Dangerous Animals sembra spesso dimenticare il sottotesto a tesi del suo stesso titolo (l’animale più pericoloso è lo squalo… o l’uomo?) a discapito di un intreccio forse eccessivamente esile.
Non che ci sia qualcosa di sbagliato in questo; con una sequenza di apertura come questa, fulminante e piena di tensione e promesse, a chi interessa un sottotesto moraleggiante o politico? Eppure Byrne lancia qualche freccia qua e là: la tv che rimanda lo spettacolo del sangue, la questione meta-cinematografica che si riapre ogni volta che il protagonista imbraccia una vecchia vhs per filmare la morte, il grottesco che sale su e colora una rom-com anemica…
Alla fine, quello che convince è la strafottenza con cui Byrne getta il suo sguardo sul presente, mentre sembra solo interessato a girare e restituire un film sregolato e citazionista, fiero della propria natura di B-movie al contrario.
di Gianlorenzo Franzì