It’s What’s Inside
La recensione di It's What's Inside, di Greg Jardin, a cura di Edoardo Becattini.
Sarà la memoria del confinamento pandemico, sarà che i giochi da tavolo sono tornati di moda o che l’horror sta tornando a essere meno elevated e più divertente, ma non sono mai usciti così tanti film incentrati su un gruppo ristretto di amici che si chiude in una casa per sfidarsi a un gioco. Sia esso un vero gioco di società, come in Bodies Bodies Bodies di Halina Reijn, o per passare il tempo con un’alternativa più pericolosa della droga come per Talk to Me dei fratelli Philippou. It’s What’s Inside somiglia nelle premesse a entrambi questi film, ma somiglia anche a un sacco di altri film pre-pandemici. Arrivato direttamente su Netflix dopo una presentazione al Sundance 2024, è la “ennesima” storia di un addio al celibato pronto a degenerare. Ma è anche la “ennesima” storia di relazioni tra giovani intossicati dai social. Ma è anche la “ennesima” variazione di body swap comedy, le storie incentrate sullo scambio di corpi tra personaggi. È insomma tutto questo ma è anche capace di appropriarsene e distanziarsi per il puro divertimento di chi guarda.
It’s What’s Inside non è un capitolo imprescindibile in un’ipotetica antologia di thriller/horror su giochi che finiscono male, ma è sicuramente uno dei più rappresentativi. Ed è anche quello che lavora in modo più esplicito sul principio del gioco. Non in modo metalinguistico come fa la saga di Scream o parodico come ha fatto Freaky di Christopher Landon con lo scambio di corpi tra vittima e killer, ma per giocare realmente con lo spettatore tra dicerie, sotterfugi, trame e sottotrame con personaggi che fingono di essere qualcun altro. Proprio come in una vera serata passata a giocare all’Assassino o Lupi e contadini tra amici.
Giocare coi suoi spettatori sembra essere proprio l’obiettivo di Greg Jardin, che nel suo film d’esordio mantiene un giusto distacco ironico e intelligente dai suoi topoi: non abbastanza morti violente per essere uno slasher, non abbastanza tensione per essere un thriller, fa sorridere ma non fa ridere come fece un altro addio al celibato sopra le righe come quello di Una notte da leoni. Adotta schemi da giallo classico alla Agatha Christie come il narratore inaffidabile ma anche trovate estetiche semplici (e debitamente introdotte nella storia) ma efficaci come la variazione di luce verso i colori primari blu, rosso e verde per mostrare da chi sono realmente abitati i personaggi che stiamo osservando.
It’s What’s Inside è insomma un gioco, ancora prima che una commedia. Un gioco come potrebbe essere Cluedo nel mondo dei giochi da tavolo, coi suoi personaggi perfettamente delineati e calibrati ognuno su un modello riconoscibile (l’insicura, l’influencer, l’artista, la new age, il ricco superficiale, il geek, ecc.). O modulati sui caratteri più comuni rinvenibili in quell’altro gioco realistico e basato su like e dopamina che sono i social.
Così, accanto a un rinnovato body horror (vedi l’imminente The Substance) e all’elevated horror, che sia anche l’epoca di un più brillante e spassoso game horror? Un sottogenere dove i corpi non sono tanti violati o esaminati nella profondità della carne ma più scambiati come pedine o personaggi di un gioco per quegli spettatori più pacificamente in cerca di un diversivo per la serata?
di Edoardo Becattini