In ricordo di Aldo Tassone
Il SNCCI ricorda la persona e il lavoro di Aldo Tassone.
Aldo Tassone se n’è andato il 30 dicembre, a 87 anni, a Meudon, un’elegante cittadina alle porte di Parigi, dove da alcuni anni si era ritirato, insieme all’amata moglie e compagna di vita Françoise Pieri. Con lui non scompare solo uno dei più autorevoli, carismatici e generosi critici cinematografici che l’Italia abbia mai avuto (oltre che un amico per chi scrive), ma anche un modo di intendere la critica e lo studio del cinema: la capacità di osare senza temere niente e nessuno, la voglia continua di riscoperta, l’esigenza di non fermarsi mai, la vocazione alla perfezione quando si scrive, l’arguzia di dibattere – anche aspramente – senza però dimenticare che il cinema è la casa di tutti. E di case Tassone nella sua vita ne ha avute tante, come ben si ricorderà chi ha avuto l’opportunità di frequentarle, a partire da quella romana, in via Sant’Onofrio, al Gianicolo, che sembra una viuzza di campagna: piena zeppa di libri, fascicoli, appunti, memorabilia e lasciti importanti (come un grande quadro dipinto da Michelangelo Antonioni).
Quell’appartamento è stato per tantissimi anni il suo rifugio nella capitale, che lo aveva accolto negli anni Sessanta dalla brumosa provincia di Cuneo, dove era nato. Tassone doveva prendere i voti, ma la passione innata per la settima arte lo allontanò da Santa Madre Chiesa per farlo rifugiare sotto il talare laico del papa del cinema italiano, Federico Fellini. Un incontro, propiziato da Ennio Flaiano – che gli regalò una cartella con bozzetti, scritti e altri sogni di Otto e mezzo – che avrebbe segnato la vita di Tassone per sempre. La passione per Fellini, di cui diventò amico, lo ha accompagnato per tutta la vita, tant’è che ebbe il privilegio di seguire sul set tutti i suoi film, dalla fine degli anni Sessanta fino a La voce della luna. Fino a che, qualche anno fa, diede alle stampe, per la Cineteca di Bologna, un lavoro monumentale (quasi 1.000 pagine!) dedicate al cinema di Fellini, il coronamento di un lavoro di ricerca, studio e scrittura durato più di dieci anni. Accanto a Fellini, ad Antonioni e a molti protagonisti del cinema italiano (da Francesco Rosi a Nanni Moretti, dai fratelli Taviani a Gillo Pontecorvo e tanti altri) si era innamorato anche di Akira Kurosawa, di cui aveva curato un’importante monografia e una prima retrospettiva per la Rai, ricordando sempre, molto orgogliosamente, che era stato lui a far incontrare di persona, in un ristorante romano, Fellini e Kurosawa, e di averli fatti “paparazzare” insieme.
Erano gli anni della sua collaborazione con il quotidiano La Repubblica, per il quale firmò centinaia di articoli nonché di interviste, il “genere” in cui era davvero un maestro insuperabile, soprattutto nel procurarsele (raccontava del suo incontro fortuito con Orson Welles, al Festival di Cannes, che salutò esclamando: “Buongiorno, principe!”). Le faceva spesso proprio da Cannes, dove era un habitué, onorato e vezzeggiato dai francesi, che lo amavano molto perché lui amava loro, anche se non tutti (tra questi “l’antipatico per eccellenza, quello con gli occhiali scuri”, ovvero Jean-Luc Godard). Lo riconoscevi subito Tassone sulla Croisette, perché aveva sempre in mano una mole inimmaginabile di fogli, quaderni, ritagli, fotografie, che poi metteva prontamente dentro il suo zainetto da boy-scout. Ti fermava sempre per chiacchierare di questo o quel film appena visto e poi ti dava appuntamento a “La Libera”, la trattoria italiana che era un po’ il suo quartier generale, dove lo andavano a trovare tutti: attori, produttori, registi, critici, giornalisti.
Aldo Tassone, anzi Aldò – come lo chiamavano tutti gli amici più stretti – del resto Oltralpe era un mito, perché nel 1986 era stato chiamato dal console di Francia a Firenze, Daniel Arasse, a creare un festival che rinsaldasse i rapporti tra il cinema italiano e quello francese, con l’obiettivo di incrementare gli scambi e le coproduzioni tra i due paesi. Fu così che nacque «France Cinéma», un festival a cui tutti, in Italia, dobbiamo tantissimo per svariati motivi, soprattutto perché più che un festival era un’allegra chiamata alle armi, che per ventitré anni (fino al 2008), ogni fine ottobre/primi di novembre, raccoglieva in riva all’Arno tutto il cinema italiano e francese. Aldò (sempre insieme a Françoise, che di quel festival era la macchina) ci lavorava tutto l’anno, e un paio di mesi prima dell’inizio si trasferiva in una grande mansarda all’ultimo piano di Palazzo Lenzi (nel centro di Firenze, che ospita ancora oggi il Consolato di Francia e l’Istituto Francese), che si trasformava per l’occasione in una sorta di caotica bottega rinascimentale, dove lui aveva ovviamente la parte del principe.
France Cinéma erano: i suoi sontuosi cataloghi (ancora oggi tra le pubblicazioni più importanti sul cinema francese uscite in Italia, alcune delle quali edite anche in Francia); gli affollatissimi convegni del sabato mattina, le retrospettive sui grandi maestri da riscoprire (Marcel Carné, Julien Duvivier, Jean-Pierre Melville, Max Öphuls, Claude Sautet, Henri-Georges Clouzot, etc.) nonché sulle riletture eretiche, come quella del 2002 sulla Nouvelle vague, che molti fece arrabbiare sia in Francia sia in Italia, perché considerata “revisionista”; le anteprime nazionali e spesso mondiali dei film francesi, accompagnate dai loro autori (memorabile l’intervento di Louis Malle, durato più di un’ora, dopo la proiezione di Lacombe Lucien, nel 1988); ma soprattutto l’atmosfera di continua festa mobile, che permetteva al pubblico di cinefili, appassionati, studenti e curiosi, di chiacchierare liberamente con i protagonisti del cinema francese e italiano. Impossibile ricordarli tutti, ma proviamoci comunque. Per il campo francese: Alain Corneau, Claude Lelouch, Bertrand Tavernier, Michèle Morgan, Sabine Azèma, Daniel Auteuil, Isabelle Huppert, Jacques Demy, Agnès Varda, Jean Rochefort, Patrice Leconte, Fanny Ardant, Claude Chabrol, Claude Berry, Catherine Deneuve, Roman Polanski, Emmanuelle Seigner, Jean-Claude Carrière, Jean-Paul Rappenau, Agnès Jaoui, Anna Karina, Claude Miller, Irène Jacob. Controcampo italiano: Giulietta Masina, Vittorio Cottafavi, Riccardo Freda, Marco Bellocchio, Giuseppe Tornatore, Laura Morante, Nicola Piovani, Giuliano Montaldo, Ettore Scola, Gillo Pontecorvo, Paolo e Vittorio Taviani, Pupi Avati, Liliana Cavani, Citto Maselli, Mario Monicelli.
Quel festival oggi non c’è più, ma dal 2009 la sua eredità è stata portata avanti egregiamente e con grande passione da Francesco Ranieri Martinotti, con «France Odeon», giunto ormai anch’esso quasi al ventennale. Come non era mai venuto meno il legame tra Tassone e Firenze: Aldò è stato per molti anni il fiduciario del gruppo toscano del Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani, e quindi anche membro del consiglio nazionale, non facendo mai mancare la sua professionalità nell’organizzazione del Premio Fiesole ai Maestri del Cinema, di cui ha curato molti volumi, insieme agli altri colleghi critici della regione. L’associazione che Tassone aveva fondato è inoltre sopravvissuta per qualche tempo anche alla fine di France Cinéma. Portava il nome di François Truffaut, il regista a cui, insieme a Fellini, si sentiva più vicino. Aldò raccontava spesso che il ricordo più bello di Truffaut era legato a quella sera in cui lo trascinò nella sala della Cinématheque Française di Parigi a rivedere Otto e mezzo. E qui il cerchio si chiude.
di Marco Luceri