Material Love
La recensione di Material Love, di Celine Song, a cura di Edoardo Becattini.
Il titolo originale del secondo film di Celine Song è Materialists, ovvero Materialisti: secco, netto e plurale come il manifesto o il ritratto di una classe socio-economica ben precisa. Love ce l’ha ficcato dentro la distribuzione italiana, provando a sottolinearne la natura di commedia romantica e a strizzare l’occhio a un pubblico post-yuppie che vorrebbe vivere a New York. In ogni caso, i due titoli riflettono le due intenzioni del film: da una parte provare a descrivere velleità e modalità di intendere i rapporti di coppia da parte della classe materialista odierna; dall’altra realizzare una perfetta commedia romantica contemporanea.
Al centro del film non c’è l’amore, ma quello che già il pubblico televisivo degli anni Sessanta chiamava The Dating Game: il gioco delle coppie. Lo dice esplicitamente la protagonista Lucy (Dakota Johnson), punta di diamante di un’agenzia per incontri di Manhattan: Love e Dating sono due imprese ben diverse. “It’s math” ripete più volte Lucy: gli appuntamenti sono una questione di numeri molto precisi. Altezza, età, reddito, indice di massa corporea sono tutte cifre che determinano il nostro valore di mercato e le combinazioni possibili.
Uno sguardo opposto quindi rispetto a quello proposto nel primo film della regista corean-canadese. Past Lives parlava di sentimenti sedimentati nel tempo, legati a ricordi del passato e a un forte senso di appartenenza. Era un film molto incentrato sul punto di vista degli espatriati e quindi sugli aspetti interculturali nei rapporti di coppia, quando cioè c’è un filo che ci lega a un paese d’origine, a una lingua madre e alle memorie d’infanzia più netto e preciso di quello che può legarci ai nostri compagni e compagne di vita conosciute nel paese d’adozione. In Past Lives Song trattava i sentimenti più puri, platonici e distanti dalla carnalità e dalla semplice attrazione. In Materialists racconta il contrario: ovvero quei sentimenti più superficiali che hanno perso contatto con l’interiorità e sono diventati pura merce di scambio in un presente in cui la legge dell’attrazione risponde meno al desiderio che all’ambizione e all’esibizione.
È qui che il tentativo di tenere insieme due imprese (il ritratto sociale e la commedia romantica) deraglia vistosamente. La tesi di Lucy è che in un ambiente come la New York City contemporanea più alto-spendente e dalla RAL con almeno 5 zeri l’obiettivo comune di tutti ma soprattutto di tutte sia sposarsi. Materialists ci crede così tanto che la prima e l’ultima scena giocano con l’idea che il matrimonio esista dall’alba dell’umanità e che sia la summa tanto simbolica quanto materiale di una vita da passare insieme a qualcuno.
Se in Past Lives si poteva lasciarsi andare a una storia d’amore capace di incidere su due persone che hanno vissuto la loro vita ai capi opposti del mondo lasciandosi convincere dall’estremo romanticismo della situazione (enfatizzato dall’esotismo del concetto coreano di In-Yun), qui, nonostante siamo davanti a una cultura più simile, facciamo decisamente più fatica. E questo non tanto perché oggi chiunque, che abiti in una piccola provincia o nella città più turbo-urbanizzata, non sogni più il matrimonio con la stessa enfasi o l’imprescindibile bisogno di riconoscimento del secolo scorso. Ma proprio perché la struttura della romantic comedy classica (di cui il matrimonio è il fine ultimo nello schema narrativo) è utilizzata in modo debole e poco felice. Soprattutto attraverso i due personaggi maschili che affiancano Lucy. Harry, lo scapolo facoltoso di mezza età che dovrebbe essere un ribaltamento up-to-date del Mr. Big di Sex and the City, si porta dietro il fascino di Pedro Pascal ma esce di scena ben prima di poter lasciare un segno. John (Chris Evans), l’ex fidanzato spiantato eternamente innamorato, è un personaggio totalmente strumentale: il Love che fa da contraltare al Dating e che esiste e agisce solo per dimostrare che il vero amore non è una questione di numeri, di matematica o di algoritmi.
In poche parole, il problema vero del film è che della commedia romantica c’è la parte rom ma non la parte com, c’è il sofisticato ma non il brillante. Mancano cioè quei momenti leggeri o divertenti che permettano di prendere meno sul serio gli egoismi e le idiosincrasie che oggi governano gli appuntamenti e di ridere almeno un po’ dell’incapacità di costruire storie di questa nostra “classe materialista”.
di Edoardo Becattini