Il principe della follia
La recensione di Il principe della follia, di Dario D’Ambrosi, a cura di Gabriele Barrera.
Repetita iuvant. Da tempo Dario D’Ambrosi, attore di lungo corso e già regista de Il ronzio delle mosche (2003, un film su un futuro in cui la malattia mentale è stata espunta dalle sofferenze esperibili) e ancora de L’uomo gallo (2011, su uno strambo caso psichiatrico davvero accaduto negli anni ’20 del Novecento), lo sta ripetendo. Gli psicotici e i sedicenti sani, ribadisce D’Ambrosi nel documentario Io sono un po’ matto, e tu? (2024, con la partecipazione degli attori disabili del Teatro Patologico, altra creatura del poliedrico regista), sono affratellati dalla stessa fatica di vivere, pur essendo ai due poli di un continuum – per citare Freud – che tutti ci comprende. Ed ora, dopo una proiezione alla 20ma Festa del Cinema di Roma, è uscito in sala Il principe della follia, un’opera ancora più perturbante e radicale, con l’ambizione di essere fosca e diafana assieme. Vediamo di che si tratta.
È sufficiente un viaggio in taxi al termine della notte e la drag queen Vanessa (Mauro Cardinali) è capace d’attirare la curiosità e la pietas di Francesco (Andrea Roncato), il conducente. In un bar, poco dopo la corsa, Francesco rivede Vanessa in tv, sull’enigmatico canale Tele 180, mentre prende parte ad una televendita in cui un presentatore psichicamente disabile (Stefano Zazzera) lancia in pasto al pubblico una ballerina in carrozzina (Carla Chiarelli) e un vecchio incapace clown (un Alessandro Haber in parte). Il livello di morbosità delle immagini, più la sensazione che qualcosa d’insano stia avvenendo, spinge il tassista a indagare su Vanessa e il suo teatro degli infermi. Al contempo, con ondate di flashback, il passato verrà a riva col suo arenile di dolore. Mostruosità versus umanità, sguardo asettico versus empatia.
Se le coordinate de Il principe della follia rimandano direttamente al Tod Browning di Freaks (1932), va pure detto che l’ambiguità dello sguardo (assieme a un certo fondo di compiacimento, a differenza di Browning) fa riandare all’irritante Idioti (1998) di Lars von Trier. E se la narrazione non è mai consolatoria e evenemenziale (non conta certo il racconto, ma il tracimare del dolore), resta la sensazione che si tratti però di un frullato di generi che, dall’horror (si pensi a Non aprite quella porta, 1974, di Tobe Hooper, citato nella scena più sconvolgente del film) al grottesco (con echi di Ulrich Seidl o anche di Ciprì e Maresco), finisca per esser pasticciato e non, come voleva D’Ambrosi, dal gusto innovativo. Assaggiarlo, però, non nuoce.
di Gabriele Barrera