Gli occhi degli altri

La recensione di Gli occhi degli altri, di Andrea De Sica, a cura di Gianlorenzo Franzì.

Che straordinario cortocircuito già nelle dichiarazioni iniziali: “la storia narrata, anche se ispirata a fatti realmente accaduti, è frutto della fantasia degli autori”.

Gli occhi degli altri di Andrea De Sica è ovviamente il romanzo del delitto Casati Stampa (conosciuto anche come delitto di Va Puccini) del 30 agosto 1970, e già in quella frase riporta il senso del film, un proposito dichiarato: chi racconta sta realizzando una fantasia. Quando è la storia stessa a parlare di fantasie intime che si trasformano in voyeurismo che diventa a sua volta logica di possesso e volontà di manipolazione.

Ma cos’altro è una fantasia se non un fantasma?

Ecco che allora Gli occhi degli altri punta i piedi e si rivela subito come una magnifica, oscura, tesa storia di fantasmi, un gioco di specchi e riflessi e suggestioni e messa in immagini all’interno del quale il tema del doppio è portato fino alle sue estreme conseguenze in maniera ossessiva, fino al suo esito inesorabilmente distruttivo.

La storia di un malatissimo menage a trois si frammenta in mille pezzi e quindi mille storie, mentre le immagini raccontano lo scarto tra realtà e apparenza attraverso la riproduzione nel film stesso di filmati e foto, e trovando nella stessa messa in scena la chiave per raccontare il privato che si affianca al pubblico nel momento in cui le perversioni e la volontà di potere restituisce il delirio non solo di una coppia ma anche quelle di una società. In questo modo, Gli occhi degli altri sa essere anche una storia attuale su quella tossicità relazione oggi inconsciamente normalizzata eppure pericolosissima; ma sempre in maniera obliqua, laterale, restando un’opera preziosa dal punto di vista prima di tutto visivo, poi narrativo e teorico, utilizzando perfettamente i codici del thriller.

De Sica, che innegabilmente porta avanti oltre al nome un’innegabile idea di indiscutibile talento familiare, intreccia fili e trame su di un sofisticato telaio di rimandi e riferimenti: mette insieme Hitchcock e Powell, Bixio e Patty Pravo, echi di cultura alta e bassa, guarda agli anni ’60 e idea un decò levigato e retroattivamente futuribile. Insomma ri-costruisce un set sontuoso con due interpreti perfetti, Filippo Timi e Jasmine Trinca, oltretutto per la prima volta in ruoli da protagonisti assoluti e capaci di mettere in risalto il loro magnetismo decadente, a metà strada tra amore e morte.   È nei loro occhi che Gli occhi degli altri cresce e si riflette, mostrando senza pietà il potere, la solitudine che ne deriva e il dramma di un amore che non c’è più.


di Gianlorenzo Franzì
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